Il mistero del potere

Non so se la crisi della politica – crisi non solo italiana, se ne lamentano tutti – sia effetto o causa della globalizzazione tecnocratica e finanziaria: il dibattito infuria più che mai. Certo è che la sua più plateale manifestazione è il dissolvimento della politica stessa nella palude del politicantismo. La politica e il politicantismo sono un po’ due facce della stessa medaglia, l’obiettivo che perseguono è comune: la gestione del potere. Possono dunque convivere, a volte persino si intrecciano o si spintonano gelosamente l’un l’altra, però non sono proprio la stessa cosa, non sono perfettamente sovrapponibili.

Semplificando, diciamo che per la politica il potere è il mezzo necessario per conseguire un fine, mentre il politicantismo punta al potere come fine in sé. La politica non sempre lo è ma può essere abbastanza discreta, tende piuttosto a esser paludata, talvolta convintamente sacralizzata, e sempre attenta al confronto con il tempo e con la memoria, su cui vuole incidere. La politica, quanto più è seria tanto più ama lasciare buon ricordo di sé. Il politicantismo ama mettersi in mostra, strumentalmente: odiando la politica per quella sua pretesa alla superiorità etica, vuole infangarne l’immagine. Quindi la mima platealmente nei suoi aspetti peggiori, così che tutti possano arrivare a detestarla. Il tiranno, una fattispecie del politicantista ma con particolari ambizioni, vuole conquistare anche il tempo: moltiplica le sue tracce perché restino, ma non per amore quanto per odio, in uno spirito di sorda, cupa vendetta.

Il politicantismo - che pure, come abbiamo accennato, vive o a volte anche prospera nei sottofondi della politica - scaglia i suoi strali sui protagonisti e interpreti della politica, una “casta” di fannulloni che vive alle spalle della gente, solo intenta a intrallazzi per procacciarsi privilegi indebiti. Questi politicanti proclamano che la politica non è un lavoro, non è un mestiere, è solo una truffa alle spalle dei cittadini, anzi della “gente” comune. Di questa gente comune il politicantista si erge a difensore.

È un esercizio perfino facile. Anche nei suoi momenti più felici la politica non raccoglie una fiducia indiscriminata presso l’opinione pubblica. La politica è ambigua per natura, il potere necessita di “arcana imperi” il cui accesso è inibito ai non addetti ai lavori. La “Ragion di Stato” incombe con le sue esigenze. Il politicantismo trova dunque un terreno già pronto, la sua diatriba non ha da inventare alcunché. Ma poi, se osserviamo bene, i comportamenti del politicantismo sono alla fine identici a quelli della deprecata e vilipesa politica. Magari, ancora più tortuosi, anche quando vengono proclamati come diretti, chiari, espositivi, etc... Notoriamente, è più facile che si trasformi in tiranno un politicante che non un politico...

Nello stesso giorno, il 23 novembre scorso, Antonio Polito sul “Corriere della Sera” e Gustavo Zagrebelsky su “la Repubblica” affrontano il tema del potere, della politica, da angolature non molto dissimili. Polito (“Il potere del popolo e i suoi mali”) si chiede a cosa servano (in tutta Europa) elezioni che la prassi consuetudinaria finisce regolarmente per vanificare. L’esempio primo di questa divergenza viene dalla Germania, dove la cancelliera Angela Merkel “ha preso molti più voti di chiunque altro”, ma il governo non lo fa, e per arrivare a farlo “sarà forse necessario far fuori la Merkel”. E Polito osserva che la “galleria” dei fallimenti della politica potrebbe comprendere gli spagnoli, i belgi, gli olandesi e, ovviamente e a maggior ragione, gli italiani. Zagrebelsky dal canto suo denuncia la crescita esponenziale dell’astensionsmo, che è frutto della delusione, anzi del disgusto di masse sempre crescenti per i meccanismi della politica, incomprensibili quando addirittura non inutili. E gli esempi di analoghe critiche abbondano.

Intanto, in questa (come in ogni altra) crisi della politica, il potere da chi viene esercitato? La politica, come la natura, abhorret a vacuo. Il potere, l’esercizio del potere è il necessario nutrimento della politica, come anche del politicantismo. Ma quando il leader socialista Pietro Nenni, nel 1963, arrivò al governo con il centrosinistra guidato da Aldo Moro e si mise a cercare la “stanza dei bottoni”, il luogo fisico dove si potesse, spingendo un pulsante o manovrando una leva, esercitare sul serio quel potere che dovrebbe essere garantito a chi governa, non trovò nulla. La stanza dei bottoni non esiste, commentò con amara ironia. Il potere non si fa rinchiudere tra quattro pareti e incasellare su una consolle piena di bottoni, pulsanti o altri marchingegni tecnologici o informatici. Il potere è un evento che viene esercitato, più o meno legittimamente, in una casa di vetro ma anche impenetrabile, circondato e protetto da mille “arcana imperii”. Il potere non è qualcosa che tu possa afferrare materialmente, gestire da proprietario.

Da quando è nata, la scienza politica si è arrovellata per definire il concetto di “potere”, la ragione primaria della politica come anche, in seconda battuta, della scienza politica stessa, che studia il potere nella sua complessa fenomenologia. Le prime ricerche sulle fondamenta della politica - come scienza della polis, la “città” dell’uomo, seguace di Apollo e della sua musica cittadina e colta uscita drammaticamente vincitrice dal confronto con il rozzo zufolo pastorale di Marsia - possono essere attribuite a Platone. Per quel che ne sappiamo, almeno nella vulgata non specialistica, i regni o gli Imperi di Babilonia o dell’Egitto faraonico ci fanno scorgere strutture e sistemi nei quali il potere era esercitato da un re che impersonava la divinità o faceva da suo interprete e mediatore verso gli uomini, in un rapporto reciproco che diremmo, in termini attuali, di simbiosi. Una autonoma “scienza” della politica non era concepibile, là dove il governare era dono del Dio imperscrutabile.

Platone, ne “la Repubblica”, analizza concetti e valori come il bene, la giustizia, la verità, schiettamente umani, discutibili e valutabili in termini umani come risposta all’inquietante domanda del sofista, “ti esti touto?”, “Cosa è questo?”. Gli uomini avranno problemi di gestione degli eventi, ma sono problemi tutti risolvibili con l’utilizzo di competenze umane, non più intrinsecamente divine. Dopo Platone, la schiera di quanti hanno affrontato la questione è folta e variegata. Nel Medioevo, troviamo Marsilio da Padova, poi arriva Machiavelli, e sulla sua scia i vari Bodin, Botero, Hobbes. Da Machiavelli a Weber, molte sono state le definizioni in cui si è cercato di stringere e chiarire il concetto. Tutte hanno dato un contributo importante o essenziale. Per quel che riguarda le vicende che stiamo vivendo oggi, le più interessanti sono quelle relative alla “forma partito”, o ad alcune delle sue manifestazioni e realizzazioni, e al suo rapporto col potere. Tutta la storia del marxismo e delle forme partitiche in cui questa problematica si è manifestata, è la storia dei tentativi di conquistare il potere, cioè... lo Stato.

Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Roberto Michels sono le glorie italiane in questo campo. Di particolare interesse sono gli studi di Michels sui partiti politici e sulla loro organizzazione. Analizzando la struttura dei partiti egli formulò la “legge ferrea dell’oligarchia”. Un altro importante elitista è Charles Wright Mills. Mills sottolineò come vi sia una forte concordanza di interessi tra le organizzazioni economiche, politiche e militari. Tale convergenza fa sì che il potere politico sia solo formalmente e apparentemente democratico, mentre in realtà esso è rigidamente oligarchico.

Tutte analisi ricche di spunti utili, ma il mistero resta insoluto, anzi si è infittito. Oggi, dove sia il potere nessuno lo sa. Ci sono sospetti, nessuna certezza. L’unica certezza è che il potere oggi, e non solo in Italia, non è in mano ai politici, la politica la fanno, per lo più, i politicanti.