Sul carcere Orlando si gioca la carriera politica

Lui, il ministro Andrea Orlando – sicuramente uno dei migliori Guardasigilli degli ultimi anni (anche se ci vuole poco) – sul decreto che riguarda le carceri si giocherà la futura carriera politica. L’ultima rassicurazione in ordine di tempo è che entro il 4 marzo la delega del governo diventerà finalmente legge, superando le obiezioni dei soliti emergenzialisti antimafia in servizio permanente effettivo e assecondando il cosiddetto grande Satyagraha dei Radicali transnazionali tutti in sciopero della fame insieme a Rita Bernardini dal 22 gennaio scorso.

Ma se, non sia mai, la data ultima del 4 marzo non dovesse essere rispettata – per l’ennesima volta – con il solito rinvio alle calende greche dei pareri delle commissioni giustizia magari di un nuovo Parlamento, Orlando già sa che la sua parola in materia di giustizia perderebbe valore fino ad azzerarsi. E passerebbe il messaggio che di questa riforma della giustizia di cui mena vanto in campagna elettorale solo la parte a trazione forcaiola è riuscita a passare, quella sulle intercettazioni e l’allungamento delle prescrizioni, ma non quella garantista per il recupero dei detenuti. Che poi dovrebbe andare di pari passo con il recupero degli immobili cadenti e senza igiene in cui i detenuti sono ristretti. In pratica una questione di vita e di morte. Non solo dei quasi sessantamila reclusi nelle carceri italiane che ormai si sono dovuti assoggettare da decenni a vivere in bolge dantesche. Ma anche politica, di un ministro che nei passati due governi non ha affatto sfigurato promuovendo una serie di iniziative come gli Stati generali della giustizia. Di fatto, però, boicottate dai suoi colleghi di esecutivo.

Questa è la posta in gioco: dimostrare di essere capaci di educare l’opinione pubblica alle cose buone e giuste, oltre che di rieducare i delinquenti attraverso la detenzione. Evitando di promuovere l’Italia a Paese delle discariche: dell’immondizia vera e propria e di quella sociale. Entrambe apparentemente impossibili da riciclare. A quasi trecento anni dal Beccaria il livello, grazie a una politica a trazione grillina e a tanti inutili protagonismi pro carriera tra i magistrati della pubblica accusa, con i vari corifei della tv e della carta stampata a far loro da cerimonieri, ormai è questo.