Il tempo dei miracoli è quasi scaduto

Sono molto d’accordo con Arturo Diaconale quando scrive che il futuro di questo “Governo appare più precario che mai”.

Ciò a prescindere dalle rassicurazioni tattiche espresse in merito soprattutto da Matteo Salvini il quale, come giustamente rileva il direttore de L’Opinione, “se vuole far valere il suo 34 per cento delle Europee anche nel quadro politico italiano deve andare alle elezioni nazionali e bissare il risultato di maggio”.

D’altro canto, al netto della debordante propaganda che sta sempre più caratterizzando la cifra dei presunti uomini del cambiamento, l’avanzata inarrestabile della realtà, che nel giro di qualche settimana rischia di fare piazza pulita di tante illusioni alimentate dal new deal giallo-verde, non sembra lasciare molto tempo al leader leghista. La condizione sempre più precaria dei conti pubblici, qualora si materializzasse il paventato aumento incontrollato dello spread, non sarebbe più gestibile con le chiacchiere, e chiunque si dovesse trovare al Governo in quel momento, pagherebbe un prezzo politico molto alto. A tal proposito c’è chi sostiene che non ci sarebbe da preoccuparsi perché in termini reali il rendimento del nostro Btp decennale si troverebbe vicino ai valori di inizio 2017, quando il famigerato spread era intorno agli 85 punti base. Solo che in questo caso, a fronte di un calo generalizzato che sta interessando in questi ultimi giorni tutti gli analoghi titoli della zona euro, ci si è dimenticati di rilevare un elemento piuttosto allarmante per l’Italia. Se infatti ai tempi del ministero Gentiloni il nostro decennale rendeva molto meno rispetto a quello di Spagna e Portogallo, Paesi spesso inseriti insieme all’Italia e la Grecia nel poco virtuoso club dei cosiddetti pigs, oggigiorno la situazione si è più che ribaltata. Mentre scrivo il Btp a 10 anni rende il 2,38%, mentre quelli spagnoli e portoghesi, rispettivamente, lo 0,58% e lo 0,63%. Una differenza preoccupante la quale ci dice, in soldoni, che i mercati finanziari considerano l’attuale rischiosità del nostro debito pubblico 4/5 volte più alta di quella dei cugini iberici. In pratica, ciò significa che alla prima turbolenza finanziaria di un certo rilievo ci troveremmo in serissima difficoltà proprio dal lato dei tassi d’interesse.

E se consideriamo che gli ultimi dati sulla produzione industriale, con il crollo del settore auto registrato a maggio, non lasciano molte speranze per quella tumultuosa ripresa nel secondo semestre dell’anno, annunciata come un mantra dal Governo dei miracoli, non credo proprio che lo scaltro Salvini abbia l’intenzione di restare in autunno con in mano il cerino acceso di una grave crisi economica e finanziaria. La logica più elementare gli imporrebbe di staccare la spina o, da abile e cinico stratega quale ha dimostrato di essere, di creare le condizioni perché qualcun altro lo faccia per lui. Tertium non datur.