Il (singolare) senso di Renzi per il garantismo

È notizia di oggi che, in reazione all’inchiesta sulla renziana Fondazione Open, una decina di parlamentari di Italia Viva presenteranno esposti in serie presso le Procure delle principali città per chiedere di indagare su tutte le fondazioni politiche italiane.

Auguri, vien da dire, ma, se è lecito esprimere un’opinione limpidamente critica rispetto al senatore di Scandicci (come lo stesso Matteo Renzi ama, vezzosamente, autodefinirsi), quest’ultima trovata dimostra come il rosario garantista che il nostro va snocciolando da giorni risulti, alla prova dei fatti, nient’altro che una vuota (e alla lunga petulante) litania.

Perché il senatore Renzi dovrà, di nuovo, convenire che aver abbandonato Penati, Orsoni e Soru (tanto per citarne alcuni) al loro destino, aver “accettato” le dimissioni di Guidi e Lupi sulla base di pettegolezzi, aver proposto il Pm Gratteri per via Arenula (e potrei continuare) non erano grandi indizi di schietto e disinteressato pensiero garantista.

Ma l’odierna idea di chiedere alle Procure della Repubblica di dedicarsi alla mai abbastanza esecrata politica della “pesca a strascico”, ovvero di indagare non per perseguire reati, ma per andarli a cercare a mo’ di rabdomanti, toglie ogni dubbio: la sua cultura del diritto e della giustizia è identica a quella di coloro che oggi l’accusano di ogni nefandezza.

Non tema, non cambieremo idea sulle vicende che la riguardano: a noi questa politica fatta a suon di mattinali di Questura continuerà a fare ribrezzo, ma lasci stare il garantismo, che è una cosa seria.