Draghi in rampa di lancio per Palazzo Chigi

Eppur si muove. La politica non è stata fermata dall’avanzata del Coronavirus. Se, agli occhi dell’opinione pubblica, lo stato d’eccezione causato dalla crisi pandemica appaia padroneggiato da un Governo che agisce ai limiti del rispetto delle prerogative costituzionali assegnategli, nella realtà Giuseppe Conte e i suoi sono sulla graticola. Ora che il problema non è più il come affrontare la crisi sanitaria, il focus si sposta sulla gestione del dopo-pandemia, quando si dovranno mettere in campo tutte le misure possibili per aiutare il Sistema-Paese a ripartire. La domanda è: può il Conte-bis guidare la fase della ripresa, tenuto conto che qualsiasi azione si voglia realizzare dovrà passare per il vaglio e la condivisione del Consiglio degli capi di Stato e di governo dell’Ue? La risposta è no. Non si tratta di essere partigiani ed avercela con Conte e con la sinistra che lo sostiene.

Il Governo demo-penta-renziano è un legno storto. Ricordiamo bene la motivazione che ha spinto partiti dichiaratamente nemici a mettersi insieme: impedire alla destra plurale di andare alle elezioni anticipate e vincerle a mani basse. Il fatto di essersi uniti su una pulsione negativa ha reso da subito precaria la prospettiva dell’Esecutivo. I leader della maggioranza hanno trascorso il tempo a sgambettarsi vicendevolmente e a rimarcare i distinguo piuttosto che a raddrizzare un’alleanza vistosamente sbilenca. Vi sono tra i partiti di Governo differenze radicali di vedute sul futuro del Paese. Fin quando il compito del Conte-bis si sarebbe limitato a gestire l’ordinario per trascinare la legislatura il più a lungo possibile, l’equilibrio a sinistra con i Cinque Stelle avrebbe retto. Ma è scoppiata una crisi di sistema che dal punto di vista economico genera effetti del tutto assimilabili a quelli di un evento bellico. Una tale condizione ha una conseguenza obbligata: sulle macerie va avviata la ricostruzione.

Tuttavia, rimettere in piedi un’economia significa prioritariamente aver ben chiaro quale modello di società e quale paradigma produttivo si vogliano adottare. Nella maggioranza si parlano lingue talmente diverse tra loro che immaginare una sintesi unitaria su un programma di portata epocale per il Paese appare utopistico. Con un’aggravante. Seppure non fossero distanti tra loro anni luce, si dovrebbe prendere atto che Partito Democratico, M5S e Italia Viva sono la proiezione di un’offerta politica minoritaria nel Paese. L’assurdo della particolarità italiana è che oggi al Governo vi sia una coalizione che non gode della maggioranza dei voti degli elettori. Al contrario della destra plurale che, numeri alla mano, è la più gradita nel sentimento popolare. E lo è maggiormente in quell’area vasta del Paese che, per densità di popolazione, per Prodotto interno lordo e per reddito pro-capite, rappresenta la forza trainante della nazione.

Posto che la soluzione ottimale di un ritorno immediato alle urne non sia praticabile per la ferma contrarietà del Presidente della Repubblica, non resta altra strada che affidarsi a un Gabinetto di Guerra. Cioè, un Esecutivo per l’emergenza da far nascere in Parlamento con il sostegno di tutti i partiti, affidato a figure di indiscussa caratura istituzionale, dentro e fuori i confini dell’Italia. A guidarlo non può essere un Conte-ter, per mancanza di requisiti soggettivi e oggettivi. Non esistono uomini buoni per tutte le stagioni, serve di voltare pagina scegliendo chi, per esperienza e credibilità, possa far valere la voce dell’Italia nei consessi internazionali, particolarmente in quello scivoloso dell’Unione europea. Tale alta figura istituzionale dovrebbe essere portatrice di un’idea chiara della direzione da imboccare e delle cose da fare per rimettere il treno Italia sui giusti binari. L’uomo adatto allo scopo lo abbiamo: è Mario Draghi. Finora si poteva pensare alla sua candidatura come a un ballon d’essai. D’altro canto, l’ostinato silenzio dell’ex Governatore della Banca centrale europea lasciava intendere la sua indisponibilità a essere trascinato nell’agone politico in un momento di rara confusione per le istituzioni pubbliche italiane. Ma qualcosa di decisivo deve avergli fatto cambiare idea. Non sappiamo cosa, di certo sotto la superficie della comunicazione istituzionale le acque si sono mosse e il quadro politico dà segni di rapida evoluzione.

Mario Draghi di fatto ha rotto gli indugi decidendo di scendere in campo. Come altrimenti interpretare lo scritto di ieri l’altro affidato al Financial Times? Non è il commento compassato di un anziano habitué dei prati di Wimbledon ma il programma politico, delineato nei contorni generali e nel timing, di un fuoriclasse che scalda i muscoli prima di cominciare a giocare la sua partita. La novità è che Draghi non parla da tecnico, in stile Mario Monti del 2011, ma da politico portatore di una visione del futuro del Paese e dell’Europa. Il fatto poi che il programma-manifesto sia stato affidato a un giornale ascoltatissimo negli ambienti della finanza internazionale, dice tutto sulle reali intenzioni dell’ex capo della Bce. Il premier in pectore ha fatto sapere ai suoi prossimi interlocutori, interni ed esteri, che non andrà in Europa col cappello in mano a chiedere elemosine per l’Italia, ma si procurerà di prendere per mano una comunità di Stati afflitta da miopia prossima alla cecità per condurla a compiere scelte coraggiose.

Dopo il fallimento dell’Eurogruppo di ieri soltanto un personaggio del suo calibro avrebbe potuto affermare che “la risposta (alla crisi da Coronavirus, n.d.r.) deve comportare un aumento significativo del debito pubblico. La perdita di reddito sostenuta dal settore privato – e qualsiasi debito accumulato per colmare il divario – deve alla fine essere assorbita, in tutto o in parte, dai bilanci pubblici. Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato”, senza per questo scatenare una crisi di nervi nei leader dei Paesi del Nord Europa.

Draghi è pur sempre il personaggio passato alla storia per quel provvidenziale “Whatever it takes”, pronunciato nel luglio 2012 da neo Governatore della Bce con il quale mise al sicuro la moneta unica dagli attacchi della speculazione finanziaria. Oggi l’Italia ha bisogno di qualcosa che somigli molto a quel felicissimo “ad ogni costo”. Ma non sarà semplice provocare il cambio della guardia a Palazzo Chigi. Fortissime resistenze verranno dai Cinque Stelle che, avendo perso tutto dell’armamentario ideologico del grillismo originario, hanno fatto della presidenza Conte la loro ragione sociale. Anche a destra non c’è sintonia sull’aderire a una “soluzione Draghi”. È nota l’ostilità di Giorgia Meloni per soluzioni “istituzionali” che si tramutino in un pernicioso consociativismo tra tutte le forze partitiche. Ma c’è la “variabile Quirinale” da considerare. Il Presidente Sergio Mattarella, demiurgo/burattinaio del Conte bis, ha il polso della situazione. Avendo già forzato la mano alla democrazia una volta, potrebbe non voler perseverare nell’errore. L’occasione dell’instaurarsi imprevisto dello stato d’eccezione potrebbe spingere l’inquilino del Quirinale a pretendere un rimescolamento di carte. C’è la moral suasion e c’è il bene del Paese. E quand’anche ogni argomento di buon senso venisse meno, c’è sempre da brandire la minaccia di un ripensamento per un ritorno anticipato al voto. Dai tempi del Leviatano di Thomas Hobbes vige il principio mai smentito del “metus fundamentum regnorum”. La sola eventualità di dover tornare a casa prima del previsto disporrà i parlamentari di tutte le bandiere a votare qualsiasi cosa. Anche Dracula alla presidenza dell’Avis.