Quando per Papa Francesco la proprietà privata non è un furto

I fedeli s’aspettavano che Papa Francesco urlasse “basta con la creazione di debiti”. Invece il vicario di Cristo (questo asserisce di essere, parafrasando Ponzio Pilato) ha detto che “la proprietà privata non è un diritto inalienabile se genera disuguaglianza”: affermazione sibillina perché quel “se genera disuguaglianza” si presta a molteplici interpretazioni, soprattutto non chiarisce il limite oltre il quale l’arricchimento d’un essere umano genererebbe l’angheria economica e lavorativa (schiavistica) sui propri simili. Invece l’illustre predecessore Karol Józef Wojtyla (Giovanni Paolo II) chiedeva di condonare i debiti (soprattutto per la sua Polonia) e subiva l’attentato, Aldo Moro tendeva una mano alle intese internazionali sullo stop al debito (l’operazione 500 lire) e veniva ucciso, John Fitzgerald Kennedy aveva il grande sogno del “basta con la creazione di debiti” e veniva assassinato. Si potrebbero fare altri esempi, ma valgano per tutti le minacce che gli 007 finanziari (già riuniti sul Britannia) rivolsero alla famiglia di Bettino Craxi (la storia è nel dossier steso da Rino Formica) perché il leader socialista non si difendesse raccontando al mondo il ricatto della speculazione finanziaria internazionale rivolto all’Italia da George Soros e compari. Papa Francesco è certamente gradito (e legato a fil doppio) al sistema delle élite che vanta crediti verso l’umanità intera. In precedenti articoli lo scrivente ha dimostrato come i debiti (ieri supportati da pezzi di carta ed oggi da tracciabilità informatica) si costruiscano con calcoli e manovre di matematica finanziaria: il virtuoso alternarsi e compensarsi di anatocismi e signoraggi. La creazione di debiti ha contrassegnato dal 1945 ad oggi la nuova politica coloniale dei Paesi ricchi verso quelli poveri: oggi a Paesi e nazioni si sono sostituiti i gruppi sovrannazionali finanziari, governati da élite che vantano parenti nel Fondo monetario internazionale e nella Banca mondiale. I potenti di oggi usano l’ingegneria finanziaria per non affrancare mai dalla schiavitù i poveri. Papa Francesco viene costantemente aggiornato circa il debito dei poveri del pianeta verso i ricchi. Oggi il debito dei popoli verso i potenti della terra è divenuto insostenibile, prima dell’epidemia da corona virus era di 253mila miliardi di dollari (322 per cento del Pil mondiale), nei primi mesi di lockdown è aumentato d’un ulteriore trenta per cento. L’indebitamento dei poveri aumenta perché le multinazionali (chimico-farmaceutiche, energetiche, di telecomunicazione, finanziarie, di security) di proprietà dei potenti della terra hanno dimostrato in consessi internazionali che, i loro crediti sarebbero aumentati, e che la gente deve loro ancora più soldi. I governi (retti da camerieri delle élite) avallano che la gente è ancora più indebitata verso i potenti della terra: quindi sottoscrivono impegni sull’incrementato debito. Sembra non esista più un governo in grado d’opporsi al signoraggio imposto dal potere.

Dal canto suo, il potere sostiene di averci donato la pace, che dal 1945 l’Europa non conoscerebbe più guerre grazie alle organizzazioni sovrannazionali ed alle società multinazionali. Un barattato, pace in cambio di schiavitù, che l’utopia socialista (Robert Owen, Charles Fourier, Karl Marx, Friedrich Engels) aveva già presagito come contromossa del capitalismo. I dati sull’indebitamento dei poveri verso i ricchi non vengono certo sparati a casaccio, sono in bella vista grazie al Grafinomix di giornata, basato sulle fonti finanziarie dell’Institute of financial finance. Nel 2020 è arrivata la pandemia, e le strutture multinazionali hanno presentato il conto globale a tutti i cittadini del pianeta. Oggi non c’è più uno steccato che divida poveri dei Paesi poveri da poveri dei Paesi ricchi. Il nuovo programma d’indebitamento globale punta sull’incremento di debito dei singoli individui verso il potere. Così il nuovo incremento debitorio mette insieme le famiglie di basso reddito di Belgio, Finlandia, Italia, Spagna, Francia, Libano, Nuova Zelanda, Nigeria, Norvegia, Svezia e Svizzera. L’obiettivo dei gruppi d’ingegneria finanziaria è creare nuovi massimi per il debito, quindi alzare l’asticella. I potenti della terra non parteggiano per Usa o Cina, Europa o Russia: sono strutture sovrannazionali che, grazie ai contratti (infilati nelle pieghe di trattati e poi di leggi) possono legalmente controllare gli stati attraverso banche e multinazionali. Il loro strumento principe si chiama “bond”, a fine 2020 (quindi ora) vanno in scadenza titoli da rifinanziare per un controvalore di ventimila miliardi di dollari: spalmati tra Cina, India, Brasile, Usa, Giappone, Germania. Gli Stati per pagare i debiti verso i potenti della terra dovranno tagliare servizi (pensioni, sanità), posti di lavoro, stipendi ed opere infrastrutturali.

Nel momento in cui il debito dei popoli verso il potere è del 322 per cento del Pil mondiale, il creditore teme di non poter più riscuotere.

Così un dubbio faustiano attanaglia chi ha in pugno il contratto. Quindi il potere si chiede: cosa posso prendere in cambio del danaro? La risposta immediata è nel resettare patrimonialmente l’intero pianeta. Una operazione similare era stata sperimentata nella Francia della Rivoluzione, quando i patrimoni trasferibili per solo censo aristocratico vennero espropriati e messi a disposizione della nuova classe dirigente, la borghesia. Ma, per poter oggi abolire la proprietà privata (beni immobili e beni soggetti a registro, e collettivizzare il risparmio individuale) necessiterebbe un accordo in consessi internazionali che convinca i singoli stati ad abolire i diritti di proprietà nelle costituzioni nazionali. Le élite pensano di risolvere il problema abolendo mondialmente la proprietà privata, ma concentrando comunque controllo e diritti sui beni terreni in un unico fondo planetario. L’idea, davvero utopica, veniva per la prima volta paventata da George Soros nel 1970, due anni dopo la sua invenzione degli “hedge fund”: il cosiddetto “sistema finanziario buono” che convinse moltissimi hippie sessantottini a trasformarsi in yuppies finanziari di successo. Ora che il pianeta è ancor più bruciato dai debiti, gli stessi tentano di reinterpretare Marx ed Engels, e questa volta lo fanno raccontandoci che c’è in “dispotismo asiatico buono” e che poggia su una “assenza della proprietà privata…chiave della pace per i popoli”. Così i neo-sofisti di oggi reinterpretano il Manifesto del Partito Comunista del 1848, e tornano ad asserire una “abolizione della proprietà privata”. Ieri i padri fondatori del “socialismo scientifico” auspicavano il ricorso alla coercizione per la decisa concentrazione del potere nelle mani dello Stato, mentre i pensatori di oggi vedrebbero le proprietà private (per il bene dei popoli) in mano ad un unico fondo planetario.

Nel 2020 Papa Francesco è stato convinto della bontà di queste idee, così s’è lanciato nel messaggio (rilasciato durante il summit per Sud America e Africa) di “costruire una nuova giustizia sociale partendo dal presupposto che la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto e intoccabile il diritto alla proprietà privata. Il diritto di proprietà è un diritto naturale secondario derivato dal diritto che hanno tutti, nato dal destino universale dei beni creati”. La domanda, che in troppi si pongono, è tutta concentrata su chi gestirebbe per il fondo planetario i diritti di proprietà, espropriati a tutti gli esseri umani (poveri, mezzi poveri ed ex ricchi). Per Papa Francesco ed i suoi interlocutori laici, così potrebbe partire mondialmente il reddito di cittadinanza universale, una “povertà sostenibile” assicurata dalle ex proprietà dei cittadini? Papa Francesco asserisce che questo risolverebbe il problema povertà, garantendo “solidarietà, lotta alle cause strutturali della povertà, disuguaglianza, mancanza di lavoro, di terra e di case. Lottare, insomma, contro chi nega i diritti sociali e sindacali. Combattere contro quella cultura che porta ad usare gli altri, a rendere schiavi gli altri, e finisce per togliere la dignità agli altri”.

Parole che si scontrano con la pietra miliare del diritto anglosassone di proprietà. Il filosofo inglese Jeremy Bentham (primi dell’Ottocento) sosteneva: “Leggi che rendono sicura la proprietà rappresentano il più nobile trionfo dell’umanità su se stessa. È questo diritto che ha vinto la naturale avversione al lavoro e dato all’uomo il dominio sulla terra – continuava – che ha posto fine alla vita migratoria delle nazioni; che ha generato l’amore per il proprio Paese e la cura per la posterità”. Bentham è uno dei riferimenti rafforzativi del diritto britannico (non scritto): il mondo anglosassone accetterà questo stravolgimento pauperista? Bentham notava che la libera, pluricentrica e creativa Europa si distingueva dalle stagnanti civiltà “asiatiche” per sicurezza della proprietà: caratteristica che aveva portato a morte i dispotici imperi orientali (assiro-babilonese, egizio, cinese, indiano, persiano, tardo-romano, arabo-ottomano, incas, azteco), dove l’autorità centrale riduceva i sudditi in assoluta soggezione, e per via del controllo di terra, case e risorse in poche mani. Ne deriva quanto il sedicente vicario di Cristo sia poco culturalmente onesto (forse in balia del fondo unico), e nelle sue tante meditazioni dovrebbe leggere l’opera postuma di Pierre Joseph Proudhon che, per la teoria della proprietà, cambiava completamente idea, individuando nella proprietà l’unico baluardo contro il potere “altrimenti irresistibile” dello Stato. Rendere tutti egualitariamente poveri, in attesa d’una messianica “povertà sostenibile”, potrebbe generare conflitti sociali (e disumani) ben superiori a quelli che flagellano il Venezuela ed altre plaghe del Sud America.