Il centrodestra che non c’è, la destra che vorremmo

Il dibattito innescato la scorsa settimana dall’editoriale del direttore Andrea Mancia dal titolo “Il destino di essere maggioranza”, e ripreso da Alessandro Giovannini nel suo “Le farine politiche del liberalismo e dello statalismo”, su quale futuro il centrodestra si debba dare, richiede una riflessione articolata.

Parto da Mancia. Il direttore sostiene che i maggiori partiti della coalizione (Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia) siano tenuti insieme da una “sintonia di fondo” che li rende più omogenei rispetto alla babele che regna nel centrosinistra. Sostiene inoltre che la “sintonia di fondo” debba trasformarsi in qualcosa di più consistente. Che si traduce in: “Un programma di governo convincente e condiviso, una chiara visione sul ruolo dell’Italia in Europa e nell’alleanza atlantica, la capacità di costruire un rapporto diverso con le élite nostrane e internazionali, la voglia di incidere (e sarebbe anche ora...) sulla distanza abissale che ci separa dalla sinistra nei campi dell’elaborazione culturale e della comunicazione, il coraggio di mettere mano (anche se con colpevole ritardo) alle disfunzioni del sistema giustizia e alla cronica invadenza di una burocrazia ostile al libero mercato”. Il tutto accompagnato da un indispensabile ricambio della classe dirigente del centrodestra in ossequio al principio per il quale le idee camminano sulle gambe degli uomini. E, per riscontro fattuale, non è che quelle degli attuali leader del centrodestra siano propriamente le gambe delle gemelle Kessler.

Alessandro Giovannini, pur apprezzando lo sforzo di Andrea Mancia di andare dritto al cuore del problema che affligge il centrodestra e che si sostanzia nella “doppia mancanza, in quello schieramento, di una proposta programmatica ampia e condivisa, e di una classe dirigente all’altezza della situazione”, ritiene che il centrodestra, come conosciuto dai tempi della discesa in campo di Silvio Berlusconi, sia al capolinea, avendo consumato il collante valoriale che ha unito tutte le sue componenti originarie, e che una volta depotenziate (ma non cancellate) dalla Storia le categorie politiche della destra e della sinistra, il futuro riservi la riscrittura di nuove coppie assiologiche alternative. Per Giovannini, in luogo del centrodestra la scelta sarà compiuta tra “liberalismo e democrazia liberale, da un lato, statalismo e democrazia illiberale, dall’altro”. È così che stanno le cose? Che il centrodestra nella formula berlusconiana non è esista più da un pezzo, lo sostengo convintamente da tempo. Ma per una ragione diversa da quella profilata da Giovannini. Forza Italia ha avuto grande seguito negli anni Novanta non perché abbia rappresentato un centro politico, per successione ereditaria dall’esperienza esaurita della Democrazia Cristiana; né perché si sia limitata a guardare alla sua destra piuttosto che alla sua sinistra per convenienza elettorale. Il berlusconismo ha rappresentato il naturale recettore del sentire della destra conservatrice la quale nella sua componente maggioritaria, nell’arco temporale della Prima Repubblica, è rimasta ingabbiata all’interno del partito omnibus della Democrazia Cristiana.

Contrariamente a quanto si pensi sia il Partito Liberale italiano, sia il Movimento Sociale italiano hanno intercettato soltanto una quota residuale dell’elettorato di orientamento conservatore. In particolare, il Msi è stato il crogiolo che ha filtrato il nostalgismo fascista, il populismo di ascendenze soreliane della destra sociale, l’autoritarismo di matrice peronista, il pensiero prepolitico, tradizionale ed esoterico della destra anti-moderna d’ispirazione evoliana e perfino un supposto gramscismo di destra (chi ricorda l’epopea dei Campi Hobbit a cavallo tra la fine degli Settanta e gli inizi degli anni Ottanta sa di cosa parlo).

Forza Italia, invece, ha dato forma organizzata a quell’idem sentire liberale-riformatore, in opposizione a tutte le declinazioni del socialismo e in antitesi radicale al comunismo. Soprattutto a quello di fresco conio: l’Eurocomunismo. Un inciso: comparso alla fine degli anni Settanta, l’Eurocomunismo aveva matrice autoctona nei Paesi a capitalismo avanzato, si dichiarava in dissenso verso la pretesa egemonica della casa madre sovietica, accennava aperture filo-atlantiste e plasticamente si rappresentava nel trio ispano-italo-francese dei tre leader comunisti: Santiago Carrillo-Enrico Berlinguer-Georges Marchais (sebbene quest’ultimo con molti distinguo). La confluenza di una quota del socialismo italiano nel nascente movimento berlusconiano riguardò essenzialmente gli apparati dirigenti del partito devastato dall’uragano Tangentopoli, mentre il bacino elettorale del Psi che era stato di Rodolfo Morandi, di Francesco De Martino, di Pietro Nenni, di Riccardo Lombardi e di Lelio Basso, prima che lo fosse di Bettino Craxi, nel 1994 non seguì in toto la diaspora dei vertici verso Forza Italia.

Merito incontrovertibile del Cav fu di dare voce a un’istanza, affiorante dai ceti medi produttivi, di un’autentica rivoluzione liberale nell’economia, contrappuntata da una reintegrazione dei valori tradizionali, sul piano del costume sociale e dell’etica repubblicana, che la deriva progressista imboccata dalla sinistra prometteva di sovvertire. Il demerito più grande attribuito al pur geniale Berlusconi è stato di non aver realizzato nell’una né l’altra delle premesse costitutive di quell’ambizioso progetto. Le ragioni per le quali il centrodestra abbia fallito la sua principale missione sono complesse. Ma non è questo lo spazio per discuterne. Resta tuttavia il fatto che, come evidenziato dal Direttore, il bacino elettorale orientato a destra sia maggioranza strutturale nel nostro Paese.

Ora, a una domanda di buon governo che si materializza nelle urne è possibile rispondere con una coalizione realmente coesa e unitariamente motivata sugli obiettivi da colpire? La risposta è subordinata alle condizioni di contesto che incidono sulle aspettative emergenti dai blocchi sociali di riferimento. Metterla sul piano di un’alternativa secca tra una prospettiva di liberalismo e democrazia liberale e una di statalismo e democrazia illiberale è fuorviante. Sulla scia del ragionamento sviluppato da Ernesto Galli della Loggia nell’editoriale di ieri su “Il Corriere della Sera” dal titolo “La Destra moderna che serve al Paese” mi domando: in tempo di globalizzazione, pensare di porre un argine a una deregulation condotta alle estreme conseguenze, attraverso un più incisivo interventismo regolatore del decisore politico agente all’interno degli Stati nazionali, vuol dire essere statalisti e democratici illiberali? Puntare a un giusto equilibrio tra espansione (o concentrazione) capitalistica, connessa alla totale libertà d’intrapresa, e tutela della coesione sociale e del principio di solidarietà intracomunitaria, sarebbe ugualmente indizio di adesione alla democrazia illiberale?

Come ha ricordato Galli della Loggia, esponenti del liberalismo del calibro di Giovanni Malagodi furono oppositori dell’afflato progressista che pervadeva parti consistenti della Carta costituzionale. Si tacciò per questo Malagodi di essere un nemico della democrazia e della Costituzione, come accade oggi a chi soltanto esprima un pensiero divergente dal “democraticismo universalistico del mainstream socio-culturale”? Non siamo forse vittime, noi di destra, della tirannide intellettuale del progressismo politically correct? Anche l’attribuzione di un supposto populismo anti-europeista e anti-liberale della Lega salviniana può considerarsi un giudizio inattuale, superato dagli eventi. La svolta in senso costruttivo impressa da Matteo Salvini con la partecipazione al Governo di Mario Draghi, da un lato, e il palmare fallimento della governance europea nella gestione comunitaria della crisi pandemica, dall’altro, hanno mostrato quanto il feticismo degli europeisti della sinistra italiana fosse strumentale.

Andrea Mancia ha auspicato “un programma di governo convincente e condiviso” per quella che nel lessico domestico definisco più propriamente la Destra plurale. Al riguardo, riprendendo la proposta di Corrado Ocone formulata nel suo intervento su “Il Giornale” dello scorso 4 marzo dal titolo “Salviamo l’Europa dagli eurocrati”, il punto avanzato di sintesi della strategia della coalizione per i prossimi anni potrebbe focalizzarsi sulla riaffermazione dell’europeismo quale battaglia identitaria della destra. L’abilità manipolatoria della sinistra ha fatto sì che si consolidasse la narrazione di una destra anti-europeista. La tesi vessatoria poggia sul presupposto che il paradigma comunitario emerso con la riforma di Maastricht sia l’unico desiderabile e che il solo criticarlo integri il reato di lesa maestà degli ideali europeisti. Gli accadimenti drammatici di questi giorni provano che un modello più forte e più efficace d’Europa unita è possibile, a patto che si proceda rapidamente alla revisione delle architetture istituzionali e delle meccaniche che la regolano.

In tale ottica, il lungimirante documento-guida prodotto da Paolo Savona nel settembre del 2018 da ministro degli Affari europei del Governo Conte I, dal titolo “Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa” potrebbe costituire un prezioso timone per incanalare il dibattito nella giusta direzione. Come osserva Ocone, non è che da un super-Stato ove la diversità è governata dall’alto con una forte burocrazia e con una legislazione pervasiva si possa attendere la soluzione all’odierno fallimento e ancor meno dal centralismo burocratico e dal costruttivismo ingegneristico-sociale dell’Unione attuale. Ma il ritorno a uno spirito comunitario fondato sulla libertà, sull’efficienza, sulla flessibilità e sulla solidarietà potrebbe costituire il nucleo dell’offerta politica in chiave europeista della Destra plurale.

La politica è anche revisionismo. Perciò, storicizzare i residui di sovranismo presenti nei programmi della Lega e di Fratelli d’Italia, per dare il segno di una svolta effettiva verso un nuovo modello di società, non sarebbe eresia. Il momento di metterci davanti allo specchio e di chiederci chi siamo, cosa vogliamo e dove intendiamo andare, è giunto. Ed è un treno che non possiamo perdere se vogliamo, da Destra plurale, incrociare la Storia che si è rimessa in cammino.