Centrodestra: la politica che vorremmo

In merito all’interessante dibattito sul centrodestra, stimolato da un articolo del direttore Andrea Mancia, vorrei tentare di ribaltare la prospettiva dominante. E, da liberale deluso da decenni di promesse mancate, vorrei farlo citando una frase famosa che la tradizione attribuisce a Confucio e che, in epoca recente, sembra sia stata pronunciata sia da Mao Tse-tung e sia da Deng Xiaoping, il vero artefice della svolta capitalistica cinese: “Non importa di che colore sia il gatto, l’importante è che prenda i topi”.

Ciò significa, in estrema sintesi, che nell’ambito di una società afflitta più di altre dal virus di un pernicioso statalismo burocratico e assistenziale, secondo una felice definizione del nostro compianto Arturo Diaconale, francamente mi interessa poco il colore politico di chi intenda seriamente introdurre nel sistema significative riforme liberali. Riforme le quali, senza girarci troppo intorno, non possono prescindere da una importante riduzione del perimetro pubblico, consentendo di sciogliere quella famosa briglia che da troppo tempo frena lo sviluppo economico e sociale del Paese. Ovviamente, anche in considerazione del retroterra culturale e delle differenze che ancora oggi esistono nella base elettorale dei vari partiti, il centrodestra gode di una sfumatura di maggiore credibilità nel candidarsi a questo arduo compito.

Tuttavia, ammesso e non concesso che i nostri futuri eroi di centrodestra riescano a ritrovarsi su una piattaforma abbastanza simile a quella che accompagnò la travolgente discesa in campo di Silvio Berlusconi, una volta sconfitta agevolmente l’armata brancaleone giallorossa, ci si dovrà confrontare per l’ennesima volta con i colossali interessi che si celano dietro una spesa pubblica, che nessuno è mai riuscito seriamente a contenere. E non dico tagliare. Basti pensare che prima del tracollo del nostro Pil, causato dalle chiusure più dure d’Occidente, il costo complessivo del welfare italiano ammontava a circa il 55 per cento dell’intera spesa pubblica. Tutto questo, nell’ambito di una popolazione invecchiata e con un tasso di natalità ai minimi storici, costituisce un enorme macigno per chiunque intenda, anche a costo di rischiare il proprio consenso, riequilibrare il rapporto tra produzione di risorse e loro redistribuzione. Rapporto sempre più squilibrato a favore della redistribuzione, per le ovvie ragioni elettoralistiche che tutti conoscono ma di cui ben pochi parlano.

Da questo punto di vista i partiti del centrodestra, con varie sfumature, hanno da tempo trovato un comodo rifugio programmatico, se così vogliamo definirlo, in una sorta di teorema zoppo: l’idea che si possa abbassare sensibilmente la pressione fiscale, vedi flat tax, senza intaccare nessuno dei diritti acquisiti, che alimentano una spesa pubblica che da molti anni supera il 50 per cento della ricchezza prodotta. Certamente si tratta di un magnifico escamotage elettorale, ma che in un Paese sempre più avido di una indistinta prospettiva di cambiamento, come dimostra la sciagurata avventura grillina, è destinato a durare al massimo lo spazio di una legislatura.

Promettendo meno tasse e addirittura più sussidi e pensioni, con qualche coloratura di stampo conservatore, le elezioni si possono anche stravincere, soprattutto se si è stati all’opposizione. Ma poi, dovendo fare brutalmente i conti con la realtà dei numeri, che come è noto hanno la testa dura, ci si deve necessariamente acconciare a passare la mano al giro successivo. Una sorta di alternanza obbligatoria che, proprio a causa della generale incapacità della politica di riformare seriamente il sistema, caratterizza la nostra democrazia da quasi un trentennio.

Per cambiare passo, occorrerebbe invece adottare una linea coraggiosa che, rivolgendosi alla comunità nazionale con un linguaggio di verità, prospetti un cambiamento graduale e di lungo respiro, con l’obiettivo di una effettiva modernizzazione del Paese, che faccia perno sulla forza dirompente dell’iniziativa privata, entro una cornice di regole chiare e con uno Stato regolatore che, oltre a ciò, si occupi di assistere chi ha realmente bisogno.