Il Green pass e i cattolici empiristi (che sbagliano)

La pandemia ha portato scompiglio in tutta la società e a ogni livello. Immuni dal virus del caos, che il Covid ha condotto con sé come effetto collaterale imprevisto, non sono rimaste neanche le comunità cattoliche le quali, sostanzialmente, si sono divise in due parti contrapposte. Da un lato i nuovi millenaristi, che hanno inteso il virus, il vaccino e tutta la pandemia come l’avvento dei tempi apocalittici in cui l’anticristo deve divenire il padrone assoluto del mondo, scomunicando motu proprio tutti coloro che, per varie ragioni, non hanno condiviso questa interpretazione della pandemia. Dall’altro lato, gli empiristi, cioè coloro che hanno acriticamente accettato ogni dinamica della pandemia e della reazione scientifica, sociale e politica contro la stessa, tacciando gli eventuali dubbi come complottismo irrazionale e gli eventuali dissenzienti come bigotti no-vax.

Avendo avuto modo chi scrive di riflettere sui cosiddetti “cattolici no-vax” e su coloro che da cattolici si appellano ad una equivoca, equivocata ed equivocante concezione della libertà, pare adesso maturo il tempo per spostarsi lungo l’ampio spettro della cattolicità ed esaminare ulteriori errori maturati in seno ad alcune comunità cattoliche, soprattutto tra i cattolici empiristi. I cattolici empiristi sono coloro che hanno sottomesso i propri principi, i propri valori, il buon senso, il principio di prudenza e di precauzione, nonché il diritto naturale alla necessità pandemica. In questo senso i cattolici empiristi hanno potuto giustificare aberrazioni giuridiche come il green pass, cioè in virtù del principio di necessità.

Alla luce del principio di necessità, poiché l’emergenza pandemica ha richiesto una reazione immediata e senza precedenti, le misure adottate non possono essere determinate dalla riflessione etico-giuridica sulle stesse e devono quindi essere emanate e condivise senza riserve di alcun tipo. L’invenzione del Green pass, dunque, si giustifica come male necessario, che per i cattolici empiristi deve essere accettato per evitare mali peggiori come, per esempio, la crisi economica derivante da un ulteriore periodo di quarantena generalizzata. Considerata, seppur in modo sintetico, la visione di fondo dei suddetti cattolici empiristi non si possono che effettuare alcune riflessioni.

In primo luogo: il cattolico empirista che ha oramai adottato tale modus cogitandi in modo autoreferenzialmente fideistico, tanto da non poter mettere neanche lontanamente in dubbio la possibilità che si tratti di un errore, dimentica non soltanto che il Green pass non ha alcuna base scientifica e soprattutto giuridica (se non formale, ovviamente), ma che la necessità è un criterio materiale, cioè non ontologico e come tale non in grado di adattarsi alla natura dei diritti fondamentali (lavoro, circolazione, culto, associazione, riunione) che invece sono ancorati alla loro matrice onto-assiologica costituita dalla persona umana e che vengono in rilievo, volenti o nolenti, proprio sul tema del Green pass che direttamente o indirettamente li limita.

Se la necessità può in sede pandemica giustificare la compressione o la soppressione di alcuni diritti fondamentali, allora anche fuori dalla sede pandemica essa può essere adottata come criterio ugualmente giustificativo, perfino per giustificare quelle fenomenologie che molti cattolici, oggi divenuti empiristi e piegatisi alla conveniente ideologia del pandemisticamente corretto, un tempo hanno criticato.

Se la necessità oggi giustifica il Green pass e la soppressione del diritto al lavoro di chi ne è sprovvisto, allora la stessa necessità, ben più emergenzialmente motivata, può giustificare il ricorso all’aborto, per esempio per salvare la vita della gestante anche se ciò comporta la soppressione del diritto alla vita del nascituro, o il ricorso al matrimonio egualitario, per esempio per garantire i diritti successori al partner dello stesso sesso in articulo mortis, o il ricorso all’eutanasia, per evitare il prosieguo delle terribili sofferenze del paziente che ne fa richiesta. Il principio di necessità, insomma, o viene riconosciuto sempre nella sua validità ed efficacia o non può essere adottato dai cattolici empiristi soltanto per il caso della pandemia senza apparire del tutto arbitraria una tale applicazione selettiva del medesimo.

In secondo luogo: sorprende che cattolici empiristi siano diventati anche molti di coloro che sono sempre stati cattolici cosiddetti pro-life. Infatti, i cattolici pro-life che sostengono il Green pass e che, con tutta evidenza, si sono arresi all’emergenzialismo pandemista di origine immanentista hanno perso di vista la costitutiva trascendenza del diritto che trova nella persona e nella indisponibilità dei diritti naturali ad essa pertinenti il limite invalicabile dell’azione politica, anche se emergenzialmente motivata. Se così non fosse, i casi sono due: o le loro battaglie pro-life non sono mai state autenticamente fondate su una genuina concezione dell’uomo alla luce del diritto naturale come insegna la Chiesa e sono sempre state una grande visione strabica dei temi bioetici che hanno di volta in volta affrontato, o le loro battaglie pro-life sono sempre state condotte per un tornaconto personale o, peggio, in chiave sterilmente ideologica più che autenticamente etica.

In terzo luogo: i cattolici empiristi, come visto diffusisi a macchia d’olio anche all’interno della vasta galassia pro-life, sono tali in quanto sottomettono il diritto al fatto, trascurando la circostanza non secondaria per cui, invece, dovrebbe essere l’esatto contrario, poiché il diritto è sempre superiore al fatto, essendo infatti questo secondo disciplinato dal primo e non il contrario secondo la più genuina prudenza giuridica e l’antica sapienza classica per la quale, infatti, vige il principio da mihi factum dabo tibi ius.

Se così non fosse, qualunque istanza fattualmente o sociologicamente determinata potrebbe e dovrebbe assurgere al rango di fenomenologia giuridica espressamente giustificata o giustificabile, come, per esempio, non a caso ritengono i sostenitori del Ddl Zan che proprio su questa base giustificativa socio-empirica mirano alla legalizzazione del matrimonio egualitario, alla legalizzazione della stepchild adoption e alla depenalizzazione della maternità surrogata.

In conclusione: i cattolici empiristi che giustificano sulla base della necessità il Green pass devono decidere se rinunciare alle proprie erronee premesse etiche e teoretiche e ammettere che il Green pass non può essere giustificato neanche empiricamente, o ammettere che se il Green pass può essere empiricamente giustificato in virtù del principio di necessità, quest’ultimo è del tutto sufficiente per giustificare anche tutto ciò che Green pass e cattolico non è. I cattolici empiristi, insomma, devono dimostrare coerenza non soltanto con la ragione e con la propria stessa cattolicità ma, cosa ben più difficile per loro a causa delle evidenti contraddizioni, coerenza con se stessi e con le proprie strampalate convinzioni.