Disinformatja all’italiana: la guerra ibrida nei media

La storia siamo noi!”? Questo non è più vero dopo la realizzazione pratica dell’inquietante scenario ipotizzato da George Orwell nel suo famoso romanzo “1984”. Oggi, infatti, le civiltà sono confrontate alle così dette Guerre ibride, o delle “Tre D”, che rappresentano altrettanti corni del possibile fronte di attacco: Dominion, Digital, Disinformation (war), in cui la prima coincide con la guerra classica di potenza e di aggressione per la conquista armata di territori, tipo l’attuale conflitto in Ucraina. La seconda, invece, è “immateriale” (per modo di dire, in quanto i suoi effetti distruttivi sono concreti e, spesso, coinvolgono su larga scala i loro bersagli!), racchiudendo tutte le possibili versioni delle così dette “cyberwar”, resesi possibili da un ventennio a questa parte, a seguito della diffusione planetaria di Internet e della dittatura incontrastata della tripla “W” (www = world wide web). In questo campo dell’impero dittatoriale del numerico, hanno finora dominato le Major della Silicon Valley che ne avevano il monopolio di fatto, ricavandone profitti annuali (esentasse, praticamente!) per molte centinaia di miliardi di dollari. Oggi, questo assetto è in via di ridefinizione a seguito dell’iniziativa di grandi Paesi come Cina, Russia e Iran di dotarsi di proprie Intranet chiuse, che realizzano il famoso Surveillance State. In questo sistema del Grande Fratello nulla sfugge alle pubbliche autorità della vita di propri cittadini, in merito ai loro comportamenti pubblici e sociali, compreso il monitoraggio sistematico, attraverso potenti algoritmi (anche di riconoscimento facciale!) che girano sui Big Data, dei regimi degli acquisti di beni, dei contatti personali da cellulari e della cronologia dei siti web visitati.

Nella digital war, o cyberwar, l’agente aggressore si nasconde ovunque rendendo spesso non rintracciabile sia il luogo dal quale si genera l’attacco, sia il profilo statuale che se ne rende responsabile. Ma gli effetti possono essere devastanti quanto quelli di una dominion war portata in territorio nemico (senza rischiare però i famosi boots on the ground, né la vita di un solo soldato), come i danni collaterali per molti miliardi di dollari causati dal malfunzionamento o dall’interruzione operativa delle grandi infrastrutture di servizi, quali oleodotti, gasdotti, sistemi fognanti e idrici, reti elettriche e ferroviarie, strutture ospedaliere, banche dati e sistemi operativi delle Pubbliche amministrazioni, o del sistema bancario nazionale e internazionale. La più temibile delle “Tre D” è, nel caso dell’Italia, proprio l’ultima, quella della famosa Disinformatja sovietica, veicolata attraverso i social e, soprattutto, tramite i programmi di grande ascolto delle reti radiotelevisive nazionali, pubbliche e private. Coinvolti di recente, in merito, sono stati conduttori, autori e testimonial/opinionisti più o meno pagati, soprattutto russi, che hanno un rapporto prevalentemente organico con i media di quel Paese. Scontata la difesa dei responsabili delle trasmissioni incriminate, nel nome della libertà di stampa: il pubblico italiano è abbastanza adulto ed evoluto, per cui può benissimo in ogni momento cambiare canale.

Posta così, la questione suona malissimo. Infatti, poiché la Disinformation war non è per nulla uno scherzo e l’Italia sta fermamente dalla parte dell’Ucraina, fornendo aiuti e assistenza militare, così come concordato con l’Unione europea e la Nato, allora, trattandosi di guerra ibrida condotta dalla parte russa, Paese aggressore dell’Ucraina, contro l’Occidente e, quindi, anche verso l’Italia, di conseguenza i suoi rilevanti aspetti investono direttamente la Sicurezza nazionale. Su questo fronte, a difesa della nostra integrità, è schierato da un lato il vasto campo dell’Intelligence e delle varie Agenzie di sicurezza, mentre dall’altro è attivo l’organismo parlamentare che si occupa del controllo sull’attività dei Servizi Segreti, al quale, in questo caso specifico, si affianca quello di vigilanza sulla Rai. Pertanto, qualora vi siano rapporti riservati sui collaboratori e opinionisti italiani e stranieri che si siano resi in concreto agenti d’influenza, o quinte colonne, della disinformatja russa (grazie ai rapporti d’interesse intrattenuti con membri dell’intelligence di Mosca e con altri esponenti dell’establishment che ruota attorno all’Autocrate-Dittatore), è del tutto sensato imporre regole severe di condotta ai talk popolari e generalisti. Al di fuori del contesto delicato della Sicurezza nazionale, non sarebbe poi male mettere un freno (morale diremmo) a quei format-rissa, in cui tutti litigano e gridano contro tutti, anziché vedersi contingentati i tempi di intervento e di discussione, compresa l’esclusione sistematica dei microfoni (prendendo magari le mosse dalle regole che si sono dati Emmanuel Macron-Marine Le Pen nel loro faccia-a-faccia alle ultime elezioni presidenziali), per coloro che non rispettino il proprio turno di intervento o di replica.

I conduttori, pertanto, devono, per grandi linee, essere preventivamente messi al corrente dal presidente del Comitato parlamentare di controllo sui Servizi segreti (Copasir) sul reale pericolo rappresentato dalle fonti disinformanti, che abbiano intenzione di consultare e di invitare come ospiti nelle loro trasmissioni. L’informazione riguarderebbe, ovviamente, soltanto la parte ostensibile (a giudizio dell’organismo di intelligence che l’ha prodotta) degli atti in possesso dell’Organo parlamentare. I responsabili dei talk sarebbero poi lasciati liberi di scegliere tra i seguenti due atteggiamenti alternativi: preferibilmente, prima che gli ospiti appaiano in video, informare gli spettatori sui loro profili altamente disinformanti, chiedendo poi in diretta ai loro invitati italiani/stranieri di giustificare e/o contestare le informazioni precedentemente comunicate al pubblico in ascolto.

Secondariamente, decidere autonomamente di rinunciare all’apparizione in pubblico del contatto sospettato di essere un agente della disinformazione. Tuttavia, la sicurezza dello Stato rende preferibile che sia proprio il Copasir, con suo atto autonomo e sovrano, a disporre per i suddetti motivi (nel caso che le informazioni non possano essere rivelate per non compromettere le fonti riservate dei Servizi) l’esclusione de iure dai talk e dalle trasmissioni di approfondimento, sia nelle reti pubbliche che in quelle private, dei personaggi sospetti, liberando così conduttori e gestori da una responsabilità che, obiettivamente, trascende e vincola negativamente la libertà di cronaca e di informazione del giornalista. Il tutto avverrebbe, così, a porte chiuse, in modo da non eccitare gli animi dei pacifisti pro-Vladimir Putin di casa nostra, sul tipo di certi docenti che insegnano tutte altre materie, ma si piccano di conoscere meglio di qualsiasi altro loro pari (o dei collaboratori di questo giornale) la Storia e la Geopolitica.