Il fallimento della classe dirigente

Anthony Giddens della Lse (London School of Economics) ricordava impietosamente come l’Italia tendesse sempre a fare la fine della rana nella pentola portata ad ebollizione; la rana non percependo le variazioni termiche, se messa a freddo in una pentola sul fuoco a bollire, finisce cotta senza avvertire il rischio mortale se non quando è troppo tardi.

 Così oggi ci troviamo ad affrontare un vuoto culturale e di pensiero nella realtà di tutti i giorni rappresentato dalla rinuncia a pensare in modo creativo, ad affrontare con lucidità ed un pathos vero e ricco di solidarietà il vuoto dell’egoismo e della solitudine quotidiani, il tutto sigillato appunto dal grigiore di una classe dirigente ossificata e fallita al tribunale della “Storia”. Da quarant’anni non produciamo più cultura vera, ma viviamo di quella della rendita a tutti i livelli che brucia ricchezza ma non la crea e il debito pubblico, fuori controllo, ne è la palese dimostrazione.

Tutti evocano l’importanza del merito ma quello dell’appartenenza che si sposa, appunto, con la cultura parassitaria della rendita che porta ad un abbattimento delle competenze professionali e morali a tutti i livelli. Abbiamo pensato di continuare ad essere i cinesi d’Europa fino a quando quelli veri ci hanno riportato alla realtà ed alla necessità di ripensare un modello di sviluppo che sia coerente con la nostra storia, la nostra identità ed in linea con un mondo che cambia, smettendo di farci colonizzare da modelli culturali che non sono nostri e che sono già falliti dove sono stati pensati.

L’economia reale, l’artigianato, il commercio, la manifattura, il mondo agricolo, le piccole e medie imprese (95 per cento degli occupati) sono la nostra storia e da lì dobbiamo ripartire per dare speranza e fiducia ai giovani. Siamo leader nel mondo in diversi settori manifatturieri, nonostante tutto, ma avviare una semplice attività imprenditoriale oggi sembra più difficile che mandare un razzo sulla Luna.

Allora come facciamo a creare posti di lavoro se non riprendiamo un cammino creativo che ha fatto la storia del Paese? Va incentivato e favorito questo mondo di libera creatività imprenditoriale per competere in modo nuovo su un mercato globale – una fantasia che ci è riconosciuta e deriva da secoli di artigianato che non ha pari nel mondo – e non imbrigliato da una burocrazia ottusa e da una finanza locusta che come le sirene di Ulisse ci ha fatto perdere il contatto con la nostra storia.

La politica nel senso più nobile, come la pensavano gli antichi Greci (“polis ethos”) dovrebbe aiutarci ad uscire da un guado in cui rischiamo di rimanere, ma anch’essa è più ridondante di slogan ripetuti autisticamente che di idee innovative e coraggiose. Non si sente un politico fare un pensiero compiuto che abbia un suo senso espositivo e una sua logica strutturale; alcuni di questi farebbero fatica a superare un test di ammissione all’asilo se ci fosse. In questa confusione non si riesce più a capire cosa è giusto e cosa no, cosa e come fare e cosa e come non fare e tutto finisce nel dramma delle inutili e dannose accuse reciproche sempre di più basso livello.

Nel tentativo di cambiare ci si affida alla burocrazia più ottusa, lontana dal mondo reale che dovrebbe governare ma viene soffocata da fiumi di norme troppo spesso inutili e controproducenti; gente che pensa alle riforme senza conoscere la realtà rendendo la loro applicazione tortuosa, incomprensibile e molto spesso solo inutile.

Il Paese si è burocratizzato esattamente come aveva previsto Weber sul rischio di una razionalizzazione delle procedure che prendono il sopravvento sulle persone. Come affermava Weber, la burocrazia è una forma pervasiva del processo di razionalizzazione perché implica la gestione non di macchine ma di esseri umani che devono essere organizzati per conseguire finalità specifiche. In questo senso, la Comunità europea rappresenta il “topos” di Weber.

Questa non-cultura scivola sull’onda, come una tavola da surf, più velocemente del tempo che sarebbe necessario per andare in profondità e provare a capire chi siamo, da dove veniamo e dove e come vogliamo andare. Ancora una volta, infatti, si affrontano i problemi a valle e non quelli a monte rischiando di andare in loop per l’asimmetria creata tra Paese reale e quello istituzionale continuando a ragionare sui mezzi quando è giunto il tempo di mettere in discussione i fini. Senza una visione più lucida dello scenario a tendere per risolvere un problema si complica il tutto e siamo trascinati verso il nulla dal pifferaio magico che a sua volta ha perso di vista la strada da fare. Certamente la pandemia e la guerra in Ucraina e alla Russia hanno accelerato i cambiamenti evidenziando la fine probabile dell’Occidente come suggeriva Oswald Spengler nel suo lavoro del 1918, “Il tramonto dell’Occidente”.

È lecito o no domandarsi se c’è qualcosa che non va nel modello di governance del Paese e nella sua classe dirigente o dobbiamo ignorarlo presi dalla frenesia del cambiare senza capire verso dove andare o dove ci stanno spingendo? È necessario smettere di perdere tempo in un dibattito inutile e ozioso sul funzionamento tecnico delle istituzioni che può essere migliorato, ma non sposta i termini del problema. Con una classe dirigente responsabile, onesta, di buon senso e non fatua e piena di slogan le riforme istituzionali non sono un problema come ci hanno dimostrato i padri costituenti che hanno rimesso in carreggiata un Paese dissolto dalla guerra.

Il dibattito sulle eventuali riforme deve ripartire da un serio ed approfondito esame di “autocoscienza” sui valori fondanti una società. La situazione del Paese è da manuale per la rappresentazione del ciclo di vita delle società che cominciano a collassare quando le élite al potere perdono la capacità di affrontare le sfide nuove imposte dalla Storia ed affidano la loro legittimazione all’occupazione del potere, ma questo nei secoli è sempre l’inizio della fine.

(*) Professore ordinario di Economia aziendale – Università Bocconi