Tregua in Libia, mano alla fondina

A Tripoli è stata raggiunta una tregua tra le fazioni in lotta. Speriamo che duri, almeno il tempo che la diplomazia e i servizi d’intelligence italiani riprendano in mano la situazione per portare al tavolo della conferenza di pace, fissata in Italia per il prossimo novembre, tutte le parti in conflitto. Non sarà facile perché i rapporti tra i clan che si contendono l’Ovest della Libia sono notevolmente degenerati. Non ci si mette d’accordo sul come spartirsi i proventi del petrolio e del gas e perciò si litiga. Tuttavia, bisogna continuare a sperare che non tornino a parlare le armi. Perché se malauguratamente non vi fosse altro mezzo che la guerra per risolvere la contesa in atto allora sarebbe meglio che siano le armi italiane a tacitare quelle degli altri.

Non si tratta di fare i guerrafondai, ma di essere pragmatici. La Libia è stata e deve restare la “quarta sponda” italiana non per mero nostalgismo ma per solide ragioni economiche e geopolitiche. Dopo la caduta del satrapo Gheddafi un folto gruppo di attori globali e regionali è entrato nelle questioni interne del Paese nordafricano. Il “Colonello” era la Libia. Abbattuto lui in tanti si sono impegnati a strappare qualche brandello di carne al cadavere di un Paese multietnico e multicentrico, la cui unità nazionale è esistita solo come finzione giuridico-diplomatica. A cominciare dai vertici francesi i quali, nel mentre si dicevano in linea con la volontà della comunità internazionale di riconoscere legittimità esclusivamente al Governo d’Accordo nazionale di Fayez al-Sarraj, non hanno smesso di sostenere il generale ribelle Khalifa Haftar, principale responsabile della destabilizzazione libica. E il sostegno offerto da Parigi non è stato morale ma concreto. Ci sono le prove, anche se i politici italiani, usi a contemplare il proprio ombelico, hanno finto di non accorgersene. Il 20 luglio 2016 il quotidiano “Le Monde” rilanciava la notizia della morte, in Libia, a causa di uno schianto dell’elicottero sul quale viaggiavano, di tre sottufficiali francesi appartenenti alle forze speciali della Direzione generale della sicurezza esterna (Dgse). I militari erano formalmente impegnati in attività di contrasto al terrorismo nei pressi di Bengasi, in Cirenaica. Nella realtà combattevano al fianco delle truppe del Generale Haftar, come denunciato da fonti della milizia islamista “Brigata di difesa Bengasi”, che ha rivendicato l’abbattimento dell’elicottero d’attacco di fabbricazione russa. Parigi non ha smentito la circostanza ma, per bocca del suo Ministro della Difesa Jean-Yves Le Drian si è limitata ad elogiare “il coraggio e la dedizione di questi militari che servono la Francia, che svolgono quotidianamente pericolose missioni contro il terrorismo”. Il Governo di Tripoli di al-Sarraj ha levato una protesta formale contro Parigi accusata di violazione del territorio nazionale libico. Il Governo francese non avrebbe dovuto aiutare Haftar a sbarazzarsi degli oppositori, ancorché islamisti, per fare un solo boccone della Cirenaica. Eppure l’ha fatto.

Ora che la partita si è spostata ad Ovest, in Tripolitania, non c’è ragione perché Parigi smetta di stare dietro al proprio burattino che si prepara a prendere il controllo di tutta la Libia. Si dirà: anche gli italiani sono sul campo. Vero, ma non in guerra, come ci stanno i francesi. La missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (Miasit), prevede l’impiego di 400 militari, 130 mezzi terrestri e navali già impegnati nel dispositivo “Mare Sicuro”. Si tratta per lo più di personale sanitario e di unità di supporto logistico oltre che operatori specializzati nella formazione, addestramento, consulenza, assistenza, supporto e mentoring. La maggior parte degli uomini e dei mezzi proviene dalla missione umanitaria e sanitaria “Ippocrate”, ora assorbita da Miasit, delle Forze armate italiane presso il compound ospedaliero di Misurata. È dunque fondamentale che la coalizione giallo-blu comprenda che, per come sono messe le cose, la questione di principio volta ad escludere pregiudizialmente il ricorso all’intervento armato è superata dagli eventi. Resta da stabilire, qualora la crisi precipiti, chi interverrà militarmente per primo, se i francesi o gli italiani. Non sarebbe dovuto accadere che due nazioni amiche, partner dell’Unione europea si trovassero a competere in un fazzoletto di terra infuocato dove tutto può succedere. Ma tant’è. Non l’ha voluta l’Italia questa guerra camuffata da intervento per esportare la democrazia.

La sfida è partita dai francesi nel 2011. L’odierno inquilino dell’Eliseo sta solo portando a termine il lavoro cominciato da un suo predecessore. Il punto quindi non è ciò che farà Macron ma se il nostro Governo saprà tutelare gli interessi nazionali. Anche attraverso il ricorso alla forza. Occorrerebbe una preziosa unità del Paese a sostenere l’Esecutivo in ore particolarmente gravide di pericoli. Ma non sarà possibile visto che la sinistra, geneticamente vocata a fare da quinta colonna agli interessi stranieri in Italia, si è dichiarata, da Matteo Renzi in giù nel Pd, convintamente “macroniana”. I giallo-blu si preparino a fare da soli, sperando nel sostegno della pattuglia parlamentare di Fratelli d’Italia e di qualche voce eterodossa presente in Forza Italia. È evidente che si debba fare il tifo per la soluzione pacifica della crisi, purtuttavia si deve mettere nel conto d’intervenire in armi sul suolo libico qualora la situazione dovesse culminare con la sconfitta di al-Sarraj e prima dell’entrata a gamba tesa “pacificatrice” dei francesi. Se per Parigi prendere la Libia è volontà di potenza, per Roma, tenerla nella propria sfera d’influenza, è questione di vitale sicurezza.