Etiopia: la conquista di Macallè

Il premio Nobel per la pace 2018 e capo del Governo etiope Abiy Ahmed, ha dato giovedì 26 novembre, dopo un ultimatum di 72 ore, l’ordine di attacco alle milizie del Tigray con la motivazione di “ripristinare l’ordine pubblico”. L’offensiva è partita dopo una serie di gravi scontri iniziati il quattro novembre; l’esercito di Addis Abeba ha avuto l’ordine di lanciare l’offensiva finale contro Mekele (Macallè), la capitale della regione del Tigray e colpire le autorità dissidenti e separatiste. Il premio Nobel per la pace ha dichiarato di avere portato a termine l'ultima fase dell’operazione lanciata contro i leader del Fronte popolare per la liberazione del Tigray (Tplf), aggiungendo di avere cercato in ogni modo di risparmiare la città di Macallè evitando di colpire i beni storici e architettonici, le istituzioni pubbliche, i luoghi di culto, le attività industriali e di sviluppo e le abitazioni civili; ha anche esortato gli abitati della capitale a non coinvolgersi nella inutile difesa della città ed aree limitrofe, di tenersi alla larga dagli obiettivi militari e di deporre le armi. Dal punto di vista diplomatico risulta che Debretsion Gebremichael, leader del  Tplf, ha chiuso ogni possibilità negoziale, per quanto comunicato da Addis Abeba, con arroganza e inamovibilità; ha sottolineato il capo del Governo Abiy che “se la cricca criminale del Tplf avesse scelto di arrendersi pacificamente, la campagna militare si sarebbe conclusa con il minimo danno”, rammentando che nelle ultime settimane avrebbe concesso alle autorità tigrine molte opportunità di arrendersi pacificamente. Intanto il 25 novembre l’Ethiopian Human Rights Commission, ha svelato che il nove novembre circa 600 persone sono state uccise nel villaggio di Mai-Kadra, località nella regione del Tigray. Il massacro è avvenuto durante i combattimenti con l’esercito di Addis Abeba, non è chiaro di quali etnie fossero le vittime, ma dell’efferato avvenimento si accusano reciprocamente le due parti belligeranti.

Per poter sapere con chiarezza la dinamica dell’ennesima strage africana, sta intervenendo l’Ong Amnesty International che pretende di accedere all’area di Mai-Kadra, ma come accade sempre in questi casi, la scena del crimine è presidiata da un blocco militare e chiusa ad ogni tipo di comunicazione anche telefonica. Tuttavia, sabato 28 novembre Addis Abeba ha annunciato che l’esercito federale aveva preso il controllo di Macallè, individuata come obiettivo dell’ultima offensiva dell’operazione militare iniziata tre settimane fa. Il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, ha annunciato che l’esercito di Addis Abeba era penetrato nella città di Macallè, che prima dell'inizio del conflitto contava circa 500mila abitanti. Riferisce Abiy, in un comunicato diffuso dalla televisione di stato etiope Ebc, che “siamo riusciti a entrare nella città di Mekele senza colpire i civili innocenti”. Anche il Generale Birhanu Jula Gelalcha, Capo di Stato Maggiore dell’Etiopia, ha confermato che “le forze governative hanno il pieno controllo di Mekele” e che l’esercito sta cercando i membri del Tplf che si sono dati alla fuga o imboscati.

La quasi impossibilità di avere informazioni dirette da fonte neutrale, come quelle dei giornalisti ai quali è interdetto l’accesso alla zona di guerra, rende difficile verificare le affermazioni di entrambe le parti in quanto il Tigray è stato praticamente tagliato fuori da ogni tipo di comunicazione o contatto già dall'inizio del conflitto. Tuttavia, da testimonianze che trapelano dai profughi che si dirigono verso il Sudan, risulta che potrebbero esserci state migliaia di vittime. Altre notizie testimoniano che le forze del Tigray, nella fase di ritirata da Macallè, hanno selvaggiamente ucciso un centinaio di persone. La maggior parte dei morti appartiene all’etnia Amhara, la seconda più grande del Paese con il 25 per cento della popolazione, dopo gli Oromo (a cui appartiene Abiy), versione confermata dalla Ethiopian human rights commission (Ehrc) che nel suo rapporto afferma che il villaggio di Mai-Kadra sarebbe stato attraversato dal Samris, un gruppo di giovani miliziani affiliati al Tplf, che presumibilmente ha massacrato i non-Tigray, “picchiato con bastoni, pugnalato con machete, coltelli e strangolato con corde”. Altre testimonianze parlano di persone massacrare e donne stuprare ad opera dei Fannos, che sono miliziani dell’etnia Amhara.

Ora c’è da attendere le azioni ufficiali dei probabili vincitori; il Governo etiope dovrà affrontare nell’immediato due questioni: la prima è quella relativa a come agire alla probabile guerriglia che i combattenti del Tigray metteranno in atto come “resistenza armata”; l’altra questione riguarda la tipologia di “Governo provvisorio” che Addis Abeba imporrà a Macallè per gestire la regione. Ricordo che gli attriti tra Addis Abeba ed il Tplf di Macallè risalgono a quando il primo ministro Abiy Ahmed è salito al potere nel 2018, dopo trenta anni che al Governo dell’Etiopia sedevano rappresentanti dell’etnia minoritaria tigrina. Gli scontri acuitisi in questi ultimi giorni nella capitale del Tigray e il contemporaneo massacro di Maï-Kadra illustrano la complessità delle relazioni tra i gruppi etnici; in ultima analisi è interessante valutare come, a livello internazionale, si muoveranno le varie nazioni che hanno interessi diretti o indiretti nell’area, considerando che Eritrea, Emirati Arabi, Sudan e Somalia, solo per citare i limitrofi, osservano gli sviluppi della situazione con molto interesse ed in alcuni casi con velata partecipazione.