L’emigrazione dall’Algeria e lo stallo politico

È noto che le condizioni politiche dei Paesi del centro e nord Africa influiscono molto sui flussi migratori clandestini verso l’Europa. Questo sta accadendo nuovamente in Algeria con il fallimento delle prospettive aperte dal movimento di protesta denominato Hirak, che dal febbraio 2019 aveva dato, al popolo algerino, speranze di cambiamento. L’effetto causato da questa speranza sulla società aveva portato ad un significativo calo dell’emigrazione illegale in Europa. Questa è stata, oggi, prepotentemente ravvivata dall’impasse politico causato dalla presidenza di Abdelmadjid Tebboune.

Proprio l’Algeria può essere presa in esame come esempio di quanto la politica interna di una nazione, con forti potenzialità migratorie, debba essere supportata dalla politica internazionale al fine di intervenire, a “monte”, sul fenomeno migratorio. Infatti, i giovani algerini fino ad allora privi di prospettive, con l’ondata di protesta popolare guidata dal movimento pacifista Hirak, nato contro l’ex presidente Abdelaziz Bouteflika, credevano di poter trovare il loro posto in un paese libero, e conseguentemente si era verificato un calo spettacolare dell’emigrazione illegale in Europa.

Nasce tutto nel gennaio 2019, quando Noureddine Bedoui, ministro dell’Interno algerino, in un sopralluogo nel porto di Algeri, denunciò una “emigrazione suicida”. Era diffuso ed incontrollato il fenomeno degli harragas, giovani che “bruciano” le loro carte di identità per tentare la traversata verso l’Europa, generalmente con imbarcazioni di fortuna o semi organizzati con prezzolati trafficanti. Il mese successivo iniziò l’Hirak, un’ondata di manifestazioni pacifiste che, inizialmente mobilitate con successo per le dimissioni del presidente Bouteflika, arrivarono a contestare il principio stesso della sottomissione del potere civile alla gerarchia militare. Così il flusso migratorio algerino verso l’Europa, rallentato dopo il febbraio 2019, ha ripreso vigore nel 2020, quando Abdelmadjid Tebboune, il capo di Stato scarsamente eletto – ufficialmente la partecipazione è stata del 40 per cento – ha insistito per ripristinare lo status quo politico. Inoltre, con il Coronavirus ed il divieto di raduni pubblici da marzo 2020, la campagna di repressione ha avuto un incremento significativo. I dati di tale reazione alla politica di Abdelmadjid Tebboune mostrano la cifra record di oltre 12mila algerini clandestini sbarcati in Spagna, dopo il loro arrivo illegale via mare; partiti dalle coste di Orano e Mostaganem, generalmente verso la costa di Almeria e Murcia, sono ora deviate anche verso la nuova rotta delle Isole Baleari, nonostante i rischi sostenuti durante questa traversata notevolmente più lunga. Riferisce il collega giornalista Ignacio Cembrero, specialista di migrazioni, che si tratta di vere e proprie operazioni coordinate, effettuate con imbarcazioni di una dozzina di passeggeri, ad una velocità media di 40 nodi, cioè 74 chilometri all’ora.

Mentre i marocchini che entrano in Spagna illegalmente tendono a rimanervi, gli algerini illegali considerano la Spagna solo come una strada di passaggio verso la Francia. Questa nuova pressione migratoria ha portato, all’inizio di quest’anno, anche alla chiusura, da parte della Francia, di quindici valichi con la Spagna, tra cui il Col de Banyuls. A tal proposito, il Prefetto dei Pirenei orientali ha dichiarato che: “Da novembre sono state arrestate ogni giorno da trenta a cinquanta persone in situazione irregolare”. Anche le autorità algerine hanno confermato l’arresto, nel 2020, di oltre 8200 aspiranti emigranti, e che la guardia costiera e la gendarmeria smantellano regolarmente le reti di trafficanti nelle regioni di Orano e Tipaza. Ma questa vigilanza sulla sicurezza non può arginare quello che è un maremoto, esso stesso una diretta conseguenza della repressione dell’ondata di protesta.

Detto questo, quello che emerge è un quadro piuttosto desolante. Infatti il presidente francese, Emmanuel Macron, non si esime dal sostenere fortemente il presidente Tebboune, di cui ha elogiato il “coraggio” e a cui ha garantito l’impegno a dare il necessario aiuto, nonostante che molti media algerini – e l’opposizione parlamentare – esprimano critiche virulente alle interferenze francesi. Un autentico realismo porterebbe a prendere in considerazione l’ormai comprovato legame tra la repressione della protesta in Algeria e la pressione migratoria da questo Paese verso l’Europa; ma quello che ritengo più preoccupante è che i Paesi europei sembra che non tengano conto di questa “variabile della politica interna” nelle loro strategie per prevenire l’immigrazione illegale. Infatti, alcuni chiudono le frontiere dopo che sono clandestinamente entrati, altri continuano a tenere le porte (i porti) aperte.

(*) “Siamo in pericolo, Sos” (Foto di copertina, città di Orano)