Lo Yemen nel tunnel della catastrofe

La tragedia che da sette anni sta martoriando lo Yemen non accenna a esaurirsi. La gravità della situazione è confermata sia da un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a fine novembre, che da un successivo bilancio reso noto da Eye of Humanity, organizzazione yemenita per i diritti umani, che stimano il numero dei morti causati dai combattimenti da 150 a 170mila. A questi numeri va aggiunto quello dei morti procurati dagli effetti indiretti della guerra come carestie, mancanza di acqua potabile, fame e malattie, stimato in circa 230mila.

Ricordo che il conflitto contrappone gli Houthi, fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh, oppositori del Governo e sostenuti dall’Iran, alle forze lealiste yemenite che sostengono Abd Rabbuh Mansur Hadi, presidente yemenita deposto con un colpo di Stato nel 2015 ma ancora riconosciuto dalla Comunità internazionale. Dal 2015 l’esercito lealista yemenita è supportato da una coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita. In questi sette anni gli effetti della guerra sono stati drammatici e catastrofici per una nazione perennemente in bilico tra una parvenza di pace e la gestione di un complesso sistema interetnico influenzato da interessi esterni. L’Undp, Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, afferma che il sistema sanitario nazionale è collassato da tempo e che non c’è quasi nessun accesso alle cure sanitarie, così anche il sistema economico del Paese è praticamente fallito. Come è di regola, chi soffre maggiormente questa tragedia, soprattutto come vittime indirette del conflitto, sono donne e bambini, che oltre a contare un elevato numero di decessi, patiscono la malnutrizione e la denutrizione, ciò rende questa popolazione particolarmente fragile alle malattie infettive.

Sempre dal rapporto dell’Undp emerge che durante l’anno passato, a causa del conflitto, ogni giorno ha segnato la morte di decine di bambini yemeniti con età inferiore ai 5 anni; e che un milione e trecentomila yemeniti sono a rischio di morte, se non si raggiunge un accordo di pace entro la fine del decennio. Inoltre, fonti vicine agli Houthi affermano che da giugno a novembre 2021, nell’area di Ma’rib, ultima grande roccaforte del Governo nel nord e area ricca di petrolio, circa 16mila dei loro combattenti sono stati uccisi. Nello stesso periodo, anche circa millecinquecento governativi sono stati freddati in questa zona.

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) in una recente dichiarazione ha espresso grave preoccupazione per l’incolumità e la sicurezza dei civili nella provincia di Ma’rib, in particolare per circa un milione di sfollati dislocati nei circa 150 campi profughi. Quello yemenita è probabilmente il più grande disastro umanitario di questi ultimi anni, al momento molto superiore a quello dell’Afghanistan. I combattimenti non accennano a fermarsi, l’uso di carri armati, di bombardieri e droni armati ha demolito o semidistrutto quasi ogni tipo di infrastruttura: quasi quattrocento ospedali, oltre un centinaio di università e circa mille strutture scolastiche, circa 600mila abitazioni, millequattrocento moschee, alcune centinaia di strutture turistiche, oltre a sedici porti e altrettanti aeroporti, strade, ponti e stazioni ferroviarie, edifici amministrativi e realtà produttive.

Lo Yemen, con i suoi trenta milioni di abitanti, si sta sostenendo all’80 per cento con gli aiuti umanitari e con gli “avanzi” dell’indotto necessario al funzionamento della macchina bellica. Gli Houthi a novembre hanno preso il controllo di una vasta area a sud e della città portuale di Hodeidah, strategica per lo sbarco e consegna degli aiuti umanitari. Intanto, nella notte tra lunedì 17 e martedì 18 gennaio, la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, ha attaccato la capitale dello Yemen, Sana’a, controllata dai ribelli Houthi, causando circa 15 vittime. Il bombardamento è avvenuto in risposta a un attacco, effettuato con droni, attribuito dai sauditi ai ribelli Houthi, che ha causato alcuni morti sul territorio degli Emirati. Il bombardamento saudita ha causato la distruzione di due edifici, e come riferito dall’agenzia di stampa dei ribelli, Saba, è stato ucciso il generale Abdallah Qassem Al-Jounaid, direttore della facoltà di Aviazione e Difesa aerea. Il generale ha perso la vita con i membri della sua famiglia, colpiti dall’aviazione della coalizione saudita, che lunedì sera ha preso di mira la sua casa.

Gli esiti delle battaglie vengono comunicati anche tramite i rispettivi canali televisivi, che danno alcuni dettagli. Infatti gli Houthi, per mezzo del canale televisivo Al-Massira, hanno dichiarato di aver preso di mira solo installazioni e siti degli Emirati di valore strategico, utilizzando missili balistici e droni. L’agenzia ufficiale degli Emirati, Wam, lunedì ha dichiarato che ad Abu Dhabi tre autocisterne sono esplose nei pressi di serbatoi di stoccaggio di idrocarburi della compagnia petrolifera della città, uccidendo due cittadini indiani e un pachistano, mentre un’altra fonte riporta sei decessi. La tv saudita pubblica Al-Ekhbariya, con sede a Riyad, martedì ha risposto che l’attacco a Sana’a ha preso di mira le sedi e il quartier generale degli Houthi.

Fatto sta che questi ultimi scontri hanno aperto un nuovo fronte nella guerra in Yemen, fiaccando ulteriormente le speranze di una risoluzione del conflitto che, a oggi, oltre la morte ha causato anche lo sfollamento di milioni di disperati, in un Paese arabo che è il più povero e sofferente della penisola, e tra i più miseri e sottosviluppati del mondo, in contrasto con i confinanti e limitrofi che sono tra 20 Stati più ricchi del pianeta.