Armenia e Turchia: riavvicinamento tra pugnalate e compromessi

Dopo quasi un anno e mezzo dalla “crisi caucasica” in Nagorno-Karabakh, Armenia e Turchia il 2 febbraio hanno ristabilito i voli commerciali tra Yerevan, capitale armena e Istanbul. Intanto, continuano i fragili colloqui incentrati sull’ipotesi di riaprire il loro comune confine terrestre, sbarrato dal 1992. Già a settembre 2021, a un anno esatto dall’inizio della seconda guerra del Nagorno-Karabakh, il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan e il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, fecero capire che un “colloquio” sarebbe stato possibile. Ricordo che nello scontro tra armeni ed azeri, durato un mese e mezzo, ebbe ragione l’Azerbaigian ma solo grazie alla Turchia, che supportò le forze azere impiegando i propri mercenari, ex jihadisti siriani filo-turchi e i droni Bayraktar 2 prodotti dalla società di cui uno dei proprietari è Selçuk Bayraktar, genero di Erdogan. L’Azerbaigian senza la Turchia avrebbe perso nuovamente. Ciononostante, la vittoria dell’Azerbaigian, o meglio di Erdogan, non portò i guadagni geopolitici sperati dalla Turchia, che non fu invitata ai negoziati i quali, sotto l’egida del presidente russo Vladimir Putin, condussero al cessate il fuoco del 9 novembre 2020.

In questo momento non è semplice, per le autorità armene, percorrere la strada della normalizzazione dei rapporti con uno Stato, la Turchia, che con Baku, capitale dell’Azerbaigian, aveva previsto nel suo progetto pan-turkista un piano di annessione della Repubblica del Nagorno-Karabakh (comunità armena) all’Arzerbaigian. Tuttavia, qualcosa nei rapporti diplomatici si è mosso. Infatti, un primo segnale di un riavvicinamento armeno-turco si è avuto a fine gennaio 2022, quando la Turkish Airlines nelle rotte commerciali per Baku è stata autorizzata a sorvolare il territorio armeno. Un passo importante, visti gli atavici e pesanti “debiti” gravanti tra le due nazioni. Comunque, dopo decenni di ostilità, Turchia e Armenia stanno gradualmente normalizzando le loro relazioni. A oggi i risultati più significativi si scorgono in una riapertura degli incontri tra i rispettivi corpi diplomatici, con la revoca dell’embargo armeno sui prodotti turchi, e ora sulla ripresa dei voli commerciali tra Istanbul e Yerevan. Così, dal 2 febbraio, la compagnia FlyOne e la compagnia privata turca Pegasus forniscono tre collegamenti settimanali ciascuna tra Turchia e Armenia, facilitando la mobilità degli armeni, circa sessantamila, di cui millecinquecento con doppio passaporto, turco e armeno, e di numerosi armeni che si sono trasferiti a Istanbul per cercare lavoro. Prima di questi collegamenti, il viaggio tra Armenia e Turchia era lungo e oneroso, dovendo attraversare la Georgia o Iran.

Gli incontri che hanno creato questo riavvicinamento sono iniziati a gennaio sotto la determinante egida di Mosca, dove si sono celebrati i primi colloqui utili tra Armenia e Turchia. Questo processo di normalizzazione procede lentamente e senza “precondizioni”. Ciò significa che il complesso tema del Genocidio degli armeni non compare nell’agenda dei dibattiti. Nel vertice di Mosca, Turchia e Armenia hanno avviato colloqui definiti “costruttivi”, condividendo che, anche in assenza di una riconciliazione, è necessaria l’instaurazione di relazioni, di buon vicinato, concretizzate con l’apertura di relazioni diplomatiche e il programma di riaprire il comune confine terrestre.

Già nel 2009 Yerevan e Ankara avevano concluso accordi per la riapertura del confine, ma non sono mai stati ratificati. Se ora l’Armenia e la Turchia riusciranno ad accordarsi per riaprire e ripristinare i canali di comunicazione caduti in disuso in conseguenza del primo conflitto del Nagorno-Karabakh negli anni Novanta, le popolazioni – che vivono in quest’area di confine comune – potrebbero trarre forti benefici, dato che attualmente questo territorio si presenta come un vicolo cieco dove dominano rancori etnici e povertà. Ricordo, brevemente, che il genocidio del popolo armeno avvenne in due fasi: la prima, che potremmo definire propedeutica, tra il 1890 ed il 1896, dove l’antica comunità cristiana degli armeni iniziò a subire una prima forte oppressione da parte ottomana, e la seconda iniziata il 23-24 aprile 1915 con l’arresto, a Costantinopoli, di quasi 3mila armeni. Fu decapitato il motore economico e culturale della comunità e segnò l’inizio del “genocidio”. Questa “pulizia etnica” conta, nel secondo massacro, 2,5 milioni di morti, fonti armene, contro le fonti turche, quelle non negazioniste, che sbarrano il numero delle vittime a duecentomila. Ma oltre i “numeri” l’anima degli armeni è minata profondamente dalla drammatica storia, considerando che il genocidio non è riconosciuto dal modesto erede dell’Impero ottomano, la Turchia.

Tuttavia, se una normalizzazione vera delle relazioni tra Armenia e Turchia non si dovesse concretizzare, sarebbe una “anomalia strategica” in quanto, al momento, alternative più fruttuose pare non esistano a meno di una deflagrazione globale che mischierebbe globalmente le carte.