Il canale africano di Zelensky

Il Senegal è tra i 58 Paesi, di cui 24 africani, che si sono astenuti nel voto del 7 aprile all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. L’esito del pronunciamento ha permesso la sospensione della Russia dal Consiglio per i diritti umani; tale sorte era toccata finora solo alla Libia di Muammar Gheddafi. Nel complesso, l’astensione di molti Paesi africani, ma soprattutto quella del Senegal, è stata geostrategicamente calcolata. Degli altri Stati africani che hanno preso parte alla votazione, nove hanno votato contro questa risoluzione. Proprio le parole rilasciate a caldo dal presidente senegalese, Macky Sall, sulla guerra in Ucraina coprono buona parte delle molteplicità delle posizioni dei Paesi africani nei confronti di Vladimir Putin. Da queste affermazioni si comprende che la violenza brutale esercitata in Ucraina dal presidente russo, e il potere di agire con assoluta autonomia operativa e senza eccessivi scrupoli, suscita nei governi africani reazioni contrastanti. Infatti, su alcuni stimola una attrazione verso questa “virilità-bellica”, ma alla maggior parte incute timori.

Macky Sall, che è anche presidente di turno dell’UaUnione africana – lunedì 11 aprile ha avuto un lungo colloquio con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sul conflitto tra Russia e Ucraina. Il vertice ha avuto lo scopo di far conoscere agli Stati membri dell’Unione africana la grave crisi geopolitica che sta interessando le potenze mondiali, ma anche quello di aprire un canale di comunicazione diretto dell’Ucraina con gli Stati africani. La volontà di Zelensky di interloquire direttamente con l’Africa è arrivata quando gli Stati africani sono apparsi ripetutamente divisi su come contenersi con Mosca dopo l’inizio dall'invasione russa. A seguito dell’incontro, Macky Sall ha rilasciato, su Twitter, una dichiarazione dove ha ringraziato il presidente Zelensky per avere cercato un dialogo con gli Stati africani, aggiungendo di avere discusso dell’impatto che ha la guerra in Ucraina sull’economia globale, e della necessità di dare priorità al dialogo per una veloce risoluzione del conflitto.

Dakar, che ha importanti relazioni con l’Occidente anche a livello scientifico, il 2 marzo aveva già sorpreso la Comunità internazionale astenendosi dal voto dell’Assemblea generale dell’Onu sulla istanza di una risoluzione che chiedeva che la Russia cessasse immediatamente l’uso della forza contro l’Ucraina. Il testo fu approvato da 141 Paesi, cinque avevano votato contro e 35 si erano astenuti; una approvazione netta. Macky Sall ha poi ripercorso la sua via diplomatica verso Putin, ricordando che il 9 marzo aveva chiamato il presidente russo, chiedendogli nuovamente un “cessate il fuoco duraturo” in Ucraina, confermando la sua posizione di “Paese non allineato” e con la convinzione di una risoluzione pacifica delle controversie. Sulla linea del non allineamento, Sall – i primi giorni di marzo – aveva sollevato forti proteste contro l’Ambasciata ucraina a Dakar, che aveva diffuso un appello dove chiedeva alle persone presenti nella regione di arruolarsi per andare a combattere in Ucraina contro i russi; una ulteriore comunicazione dell’Ambasciata aveva affermato di avere già cooptato circa quaranta volontari senza rivelare la loro nazionalità.

Ma cosa insegna la crisi ucraina e globale all’Africa, visti gli attori in scena? Senza dubbio la già fioca fiammella, che aveva illuminato, accompagnato e sostenuto le transizioni pseudo-democratiche in Africa, si è spenta. Infatti, il dominio delle cleptocrazie, le crisi economiche, i colpi di Stato militari, le manipolazioni delle Costituzioni e i governi dei “peggiori” (analogie non rare anche in Occidente) hanno demolito quei fragili sistemi politici nati alla fine della seconda decolonizzazione e tre decenni fa sulla scia delle Conferenze nazionali. Questo fenomeno è tanto più significativo in quanto le autocrazie cinesi e russe hanno introdotto in Africa anche il loro modello politico, oltre quello economico-strategico. Va aggiunto che queste destabilizzazioni politiche sono anche corroborate dalle crisi che colpiscono le vecchie e moribonde democrazie occidentali. Una esplosione del populismo che fa eco pure in Africa e che sta interessando tutto il pianeta, dagli Stati Uniti, all’Europa, al Sud America (Brasile). Così nel Continente africano sta ribollendo un’oscura fascinazione per un estremismo anche razzista, che ritengo non accostabile a una ideologia politica ordinaria, la quale tende a rafforzare i populismi emergenti.

L’evidente fallimento di molte finte democrazie occidentali è l’esempio negativo che occorre all’ormai disillusa speranza democratica africana per riprendere definitivamente quei sistemi antropologicamente collaudati, che davano quel peculiare equilibrio all’organizzazione delle società africana pre-colonialista. Una rivincita africana verso l’Occidente? Probabilmente sì, se consideriamo che è supportata anche dai consensi riscossi da Marine Le Pen e dal pensiero di Éric Zemmour, che legittimano la posizione nazionalista dei governi golpisti del Mali e la loro visione anti-francese; ma sono dell’avviso che tutto questo debba essere inserito in una visione relativistica della politica globale. Va comunque considerato che l’apertura di Zelensky verso l’Africa è sponsorizzata da molti Stati occidentali, che oggi militano nel “blocco anti-Mosca”, e che conoscono bene l’influenza russa sui governi africani; un altro peso sul “piatto occidentale della bilancia geopolitica. Intanto in Africa, come in Occidente, i populismi prosperano e la guerra in Ucraina li concima.