Quando il ministro fa… l’indiano

Poi dici che i giornalisti sono dei leccapiedi del potere. No, ok correggiamo il tiro: molto spesso leccare i piedi del Potere permette al giornalista di fare brillanti carriere che poco hanno a che fare col giornalismo propriamente detto. Alcuni trasmigrano anche in politica. Poi ci sono quelli che hanno scelto di fregarsene. Non so quanto e per quanto tempo. Ma se ne fregano. Sto parlando di Fausto Biloslavo, che sul Giornale del 12 febbraio scorso ha fatto un articolo che in altri Paesi avrebbe provocato un terremoto politico, aperto pesanti fratture tra politica e società civile e tra politica e forze armate.

In buona sostanza l’articolo riporta un’intervista a Vinod Sahai, capo della comunità indiana in Italia, il quale si era offerto come intermediario per una soluzione definitiva sul caso marò. Aveva interpellato il Premier, il Ministro degli Interni e quello degli Esteri di Delhi, i quali lo avevano rimandato al presidente della Corte Suprema Altamas Kabir, al quale era demandata questa decisione. Si dà il caso che Kabir fosse stato assistente del suocero di Sahai, e quindi che i rapporti tra i due fossero tutt’altro che freddi. Il Presidente della Corte Suprema consigliò a Sahai di preparare un’istanza a nome degli indiani che vivono in Italia, senza la quale essi non avrebbero potuto far nulla in favore dei due fucilieri di Marina.

“E poi cos’è successo?”, domanda il giornalista. La risposta la riporto integralmente: “Nel settembre 2012 l’istanza era pronta, ma sono stato convocato a Roma. Il ministro della Difesa Di Paola mi ha chiesto di non presentare la petizione. Gli indiani avevano arrestato i marò e così non sarebbe stata l’Italia ma un rappresentante della comunità indiana a sbloccare la situazione. Gli ho detto: “Ma a voi dovrebbe solo interessare che tornino casa. Non mi ha risposto”. Ecco cosa è successo: il ministro della Difesa “non ha risposto”.

Dopo un’intervista del genere uno può immaginare terremoti politici, smentite, accuse, media che inseguono come mastini la notizia. Niente di tutto questo: né una dichiarazione dei palazzi romani, né di esponenti delle forze armate, né tantomeno del mondo civile, quello che su Facebook riempie le sue bacheche di foto dei due marò con su scritto “Liberateli”. Niente di niente. Già sento in lontananza l’eco di chi accampa la “Ragion di Stato”. Cari “Ragionieri”, la Ragion di Stato è “di Stato” e non serve ad autoaffermazioni personali. Ammettetelo: vi siete fatti impartire lezioni di diplomazia da un indiano. Non un ambasciatore indiano, ma da un indiano qualunque, sebbene molto inserito nei palazzi del Potere del suo Paese d’origine. E come mai non avete accampato la Ragion di Stato quando l’Italia è stata di fatto inginocchiata al volere di Goldman Sachs, delle euro-lobby, della Merkel e di Sarkozy? Non credete che sarebbe stato un merito infinitamente più grande smarcare il nostro Paese dalle mire di questi soggetti che volevano rendere l’Italia il tappetino sul quale pulirsi le scarpe prima di fare ingresso in Europa?

Vinod Sahai ha fatto la domanda dell’uomo della strada, col buonsenso del padre di famiglia. E gli è stato risposto in pratica che per mero personalismo, siccome non se ne sarebbero potuti prendere i meriti, i marò potevano tranquillamente rimanere lì a marcire. Il che rimanda alla famosa storiella di quel marito che per fare dispetto alla moglie se lo è tagliato. Con buona pace della maggioranza, dell’opposizione, del Governo, dei vertici delle forze armate e degli imbecilli che scaricano cariolate di slogan sui social network e poi non sanno neanche sentire il sapore acre di una dichiarazione di questo genere.