M5S: ogni promessa è debito (pubblico)

Un aforisma, un commento - “L’accusa ai grillini di essere gente che non conosce il lavoro è certamente ingenerosa. Infatti, ora stanno andando tutti a lavorare in campagna. Elettorale”.

Gradatamente, la facile profezia secondo la quale anche il movimento di Beppe Grillo si sarebbe trasformato in partito, pena l’inconcludenza, si sta realizzando pienamente. Nonostante la prosopopea della “trasparenza” e l’insofferenza dichiarata per le pratiche dei partiti tradizionali, la scelta dei candidati si è così concretizzata secondo formule non solo simili ma addirittura più oscure di quelle delle altre formazioni politiche. A cominciare, ben s’intende, dal modo a dir poco fulmineo attraverso il quale lo stesso Luigi Di Maio è stato nominato capo con pieni poteri dal capo carismatico Grillo a sua volta fatto decollare negli affari politici dal capo della Casaleggio Associati. Una trafila in se stessa legittima ma che dovrebbe risultare del tutto inaccettabile da chi, fin dall’inizio, si è scagliato con veemenza contro le designazioni decise nelle “segrete stanze”.

Vedremo se gli elettori, abbacinati dalle chiacchiere grilline, coglieranno questa peraltro evidente contraddizione e cambieranno idea. Una parte di loro, potrebbe digerire, con qualche sforzo, la disinvoltura mostrata dai tre patron del movimento nella selezione dei candidati, ma forse non gradirà i criteri, ormai evidenti, che sono stati utilizzati e che lo pongono in linea di perfetta analogia con gli altri partiti.

Scorrendo ogni lista, si osserva una frenetica corsa ai nomi “importanti”, i quali, in realtà, consistono generalmente in null’altro che in nomi noti, quasi sempre per la loro presenza in questa o quella trasmissione televisiva o magari per la loro attività sportiva. In altri casi, poi, essi hanno acquisito popolarità improvvisa a seguito di tristi eventi che li hanno coinvolti o hanno coinvolto qualche loro familiare o la loro comunità. Costoro, con uno stile che personalmente non condivido, aspirano a ricoprire un posto in Parlamento reso probabile non già dalla propria notoria competenza professionale o politica, bensì da un’onda emotiva che, del tutto irrazionalmente, si potrebbe trasformare in sostegno elettorale. Si tratta di un fenomeno poco rassicurante perché si ritiene, purtroppo non sempre a torto, che persuadere gli elettori sia molto più facile col volto e la storia personale di un personaggio che non attraverso argomentazioni razionali, come i vari problemi che sempre agitano qualsiasi società invece richiederebbero.

E i puri, trasparenti e sussiegosi grillini quale “svolta” hanno realizzato al riguardo? Il tanto invocato coinvolgimento dei membri migliori, sul piano della competenza e dell’esperienza, della “società civile” di hegeliana memoria, che fine ha fatto? Essi stanno ricorrendo alle più consolidate regole dei testimonial dalla provenienza più disparata e persino lo slogan proposto (Partecipa, Scegli, Cambia) non rappresenta certo una originale innovazione in fatto comunicazione politica. Innovazione che, del resto, non si vede nemmeno nelle studiate dichiarazioni di Luigi Di Maio. Costui, per esempio, credendosi uomo politico di grande intelligenza, ha già messo le mani avanti per ciò che si dovrà fare dopo le lezioni nel caso il movimento avesse l’incarico di formare il Governo ma, dati i numeri, si trovasse nella necessità di fare alleanze, cioè di accettare il “contatto” con gli altri, superando la propria peraltro ingiustificata puzza sotto il naso. Egli, tenendo bene in mente il puritanesimo della base, ha dichiarato che, se sarà necessario, il movimento proporrà alle altre forze politiche il proprio programma, ma senza che esse pretendano poltrone. Come dire che, quelle, se le terrebbero tutte loro. Un’idea che definire balzana è ancora poco. Ma la campagna è solo agli inizi e ne vedremo e sentiremo ancora delle belle. Per ora, anche da parte dei saggi e morigerati grillini c’è solo una serie di vaghe promesse. E, si sa, ogni promessa è debito. Pubblico.