Povera patria, speriamo che cambierà

“Povera Patria”, recita una bellissima canzone di Franco Battiato, caso strano, ma visto quanto è accaduto e continua ad accadere nel nostro Paese, mai testo fu così appropriato. Abbiamo assistito, con buona pace dei nostri diritti, come proprio nel testo della canzone, a degli “abusi di potere”, in virtù dell’emergenza causata dal Covid-19 che ha portato alle restrizioni delle nostre libertà personali. Sospensioni delle attività lavorative, con le relative chiusure totali delle varie attività imprenditoriali con promesse, naturalmente non mantenute, di ricevere aiuti immediati dal Governo per questo sacrificio richiesto. E mentre gli italiani mettevano in pratica quanto imposto dai decreti Conte, diciamola tutta, rivelatasi poi una sorta di vera e stucchevole soap opera, altri italiani, per fortuna pochi, nello specifico alcuni esponenti governativi pentastellati, in barba alle stesse norme, le trasgredivano, correndo leggiadri al parco con i propri congiunti, per usare un termine tanto caro al nostro premier Giuseppe Conte.

La canzone citata è incredibilmente calzante, anche in questo caso, perché parla di gente che non sa cos’è il pudore, credendosi potenti, gli va bene ciò che fanno e sembra che tutto gli sia dovuto. L’apice lo si raggiunge quando nel testo, che sembra essere stato iscritto ai giorni nostri, si fa riferimento al fatto che “tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni”, con il senno del poi, mai parole sono state così profetiche. Incredibile, ma vero, l’attualità agghiacciante di questa canzone, che suggerisco di ascoltare per chi non la conoscesse e di riascoltarla a chi già la conosce, per cercare di trarre il coraggio di dire: “cambiamo la nostra nazione”. Facciamo in modo che, per il futuro, non vi sia più quel virus che produce degli incapaci a bloccarci e che per loro miseri interessi di poltrona tentano di scoraggiarci, con il fine di voler cercare di fermare la voglia di cambiamento, la miglior risposta va data lor0 con i fatti, continuando fermamente a credere che ce la possiamo fare. Dobbiamo credere e sostenere quella voglia di fare, anche se con fatica, qualcosa per la nostra tanta amata Italia.

Va data voce al cambiamento che, pian piano, sembra intravedersi all’orizzonte, non facciamoci più abbindolare da chi ha avuto la possibilità di migliorare le cose e invece non ha attuato un bel niente, solo assistenzialismo provvisorio e non sviluppo, e che magari oggi se ne sta lì anche a sbraitare e a urlare che così non va bene, dimenticando il piccolo particolare che fa parte della stessa maggioranza che sorregge l’attuale Governo. Basta con l’era di chi gridava i “vaffa” nelle piazze e nei propri spettacoli a pagamento, a proposito, avete notizie di quel genovese brizzolato, riccioluto e con la barba, mi sembra che avesse a che fare con le scatolette di tonno, vero? Quella del turpiloquio è stata una stagione alla quale va messa, una volta per tutte, la parola fine. I fatti hanno dimostrato che non è servito a nulla, tranne quello di aver perso del tempo utile per migliorare le cose, soprattutto quando non si ha una meta chiara, una adeguata classe dirigente e degli interessi comuni, che non è il proprio, come ampiamente dimostrato da alcuni esponenti dei Cinque stelle, ma quello del Paese.

Per una vera ripartenza, si dia spazio all’impresa, è un mantra che non bisogna stancarsi di ricordare a chi di dovere, quella stessa impresa che nonostante le difficoltà dapprima della pandemia e poi delle misure inadeguate del Governo, come dire, oltre il danno la beffa, cerca di darsi da fare per ripartire, produrre e tentare di conservare i posti di lavoro. Speriamo che in futuro chi avrà il compito di governarci lo faccia senza esitazioni e guidi la nostra nazione verso quel nuovo metodo di agire concretamente, senza proclami televisivi, per operare in modo strategico, al fine di farci ritrovare competitivi e, a tutti gli effetti, considerati a livello internazionale. È spiacevole scriverlo, ma siamo arrivati ad un passo dal baratro, come colui che fissa il vuoto e si trova di fronte a una scelta: cadere o restare in piedi. Certo è che la strada per rimettere l’Italia in careggiata è ancora lunga, vedremo nel prossimo futuro se i primi passi andranno verso la direzione giusta. Resta, però, un solo ostacolo da superare, il più difficile: la politica è al punto di non ritorno. Questa ha una sola possibilità, l’ultima, di cambiare veramente. Di capire che se l’interesse di tutti non diventerà la sua vera missione, non ci sarà governo capace di tappare le sue falle. Perché in fondo, gli “avvocati del popolo” passano, il Paese e la vera politica, che ha il dovere di guidarlo, restano.