Allarmi siam sfascisti, l’antifascismo parolaio

La Legge Scelba? Vladimiro Zagrebelsky su La Stampa del 16 ottobre, fa eco all’Opinione del 14 ottobre (“La strategia dell’attenzione: guai a chi vince!”) convenendo che, forse, i “metodi fascisti” di fare politica non sono soltanto una prerogativa della destra extraparlamentare ma anche, paradossalmente, di quella estremista antifascista! Zagrebelsky riprende l’argomento di Piero Calamandrei, padre nobile della Costituzione italiana che, in un suo intervento alla Costituente del 4 marzo 1947, discutendo dei caratteri costituenti dell’azione dei Partiti e del connesso divieto di ricostituzione del Partito fascista, suggerì di non fermarsi al nome del Partito, ma di andare alla sostanza e indicare come inconciliabile con la Costituzione un’associazione che si dia un’organizzazione paramilitare, che abbia un programma di violenze contro i diritti di libertà, di totalitarismo e di negazione dei diritti delle minoranze. Ora, resta in sospeso la risposta alla seguente domanda: il genere sfascista, alla Black bloc o inerente alle organizzazioni di hooligans violenti e organizzati del tifo stadio, come si colloca in questa retorica in cui tutto ciò che non fa rima con il politically correct è puramente e semplicemente “Fascismo”? Altra questione: l’organizzazione generale dell’ordine pubblico e della sicurezza va bene così com’è, o la legge n.121 del 1981 di riforma dell’ex corpo (militare) della Polizia di Stato sta mostrando tutti i suoi limiti funzionali, gerarchici e organizzativi?

La questione, assolutamente non banale, è la doppia natura che contraddistingue le due principali carriere del ministero dell’Interno, prefettizia e della Polizia di Stato. Per far quadrare fini e giuste aspettative individuali di carriera, si è cercato di ibridare i due ruoli con la legge di riforma del 1981, attraverso una consistente riserva di posti da prefetto, ad appannaggio dei funzionari di polizia che abbiano raggiunto la qualifica di dirigente generale di secondo livello (corrispondente grosso modo al grado di generale di corpo d’armata), tenuto conto dell’anzianità di ruolo. Ora, si capisce bene che questo compromesso, vecchio di quaranta anni, non possa più funzionare in una società molto più complessa di quella in cui la norma vide la luce.

Sempre di più, è chiara la netta e non riducibile contrapposizione tra uffici di questura e una funzione prefettizia di carriera, nettamente orientata ad assumere compiti sempre più esclusivi di chiusura dell’ordinamento. Concetto quest’ultimo per cui, con sempre maggiore frequenza, è al Prefetto (come rappresentante unitario dello Stato nella circoscrizione amministrativa periferica) che Parlamento e Governo affidano responsabilità emergenziali, che poco o nulla hanno a che fare con attività esplicite di repressione e prevenzione di fenomeni delinquenziali o eversivi, che riguardano attività specifiche e ultra professionalizzate di pubblica sicurezza.

L’assalto recente alla sede della Cgil ha mostrato per intero la corda di questa mancata ridefinizione dei ruoli, che caratterizzano le due principali anime delle delicate funzioni attribuite al ministero dell’Interno nel suo complesso. Così come è impensabile che un prefetto di carriera vada a dirigere una grande questura, è vero simmetricamente l’esatto contrario, per cui un dirigente generale di pubblica sicurezza non ha né la vocazione né la competenza per andare a ricoprire il ruolo di prefetto in una grande sede. Quindi, sarebbe il caso che si provvedesse con urgenza a potenziare entrambe le funzioni, quella di sicurezza generale e quella civile prefettizia, all’interno di un nuovo schema ordinamentale.

A titolo di esempio, visto che dai tempi del Prefetto Giuseppe Porpora l’incarico di capo della Polizia è stato attribuito fin da allora a un dirigente generale di Pubblica Sicurezza nominato prefetto, sarebbe interessante ripensarne il ruolo, prendendo spunto dai criteri di nomina-rotazione in ambito Nato. In tal senso, si potrebbe prevedere che l’incarico di capo della Polizia sia ricoperto con rotazione triennale da dirigenti delle tre forze nazionali di polizia (Dirigenti generali di P.S. di seconda fascia, generali di corpo d’armata dei Carabinieri e della Guardia di Finanza) nominati Prefetti, istituendo in contemporanea un Segretario generale per la sicurezza del ministero dell’interno. Per questo profilo apicale, è opportuno fissare un limite di mandato pari a un quinquennio rinnovabile una sola volta, in modo da evitare eccessive concentrazioni di potere. Per il bilanciamento dei poteri, l’incarico relativo è attribuito esclusivamente a un prefetto di carriera, diretto collaboratore del ministro dell’Interno per le questioni tecniche che riguardano la sicurezza e l’ordine pubblico.

Per un pieno supporto interforze al capo della Polizia sulle attività trasversali e comuni di ordine e sicurezza pubblica (criminalità, terrorismo, controllo del territorio), si potrebbe pensare a un board composto da generali di divisione e dirigenti generali di P.S. Quest’ultimo organismo operativo funzionerebbe come una Blockchain (in cui si tiene conto di tutti i passaggi delle transazioni di moneta virtuale), o gruppo di continuità, per la messa a fattor comune di tutto il patrimonio investigativo interforze. Per la parte non in comune (ad esempio le funzioni di polizia militare, reati fiscali, valutari) le varie forze di polizia farebbero riferimento esclusivo alla catena di comando dei ministeri di appartenenza. Sarebbe poi buona regola che sia esclusivamente il personale proveniente dai ruoli civili dell’amministrazione dell’Interno a svolgere mansioni amministrative in seno al Dipartimento di pubblica sicurezza, questure comprese, liberando da compiti impropri gli appartenenti ai ruoli della Polizia di Stato e delle altre forze di polizia.

Ovviamente, una volta espletato l’incarico superiore di capo della Polizia, è appena il caso che gli avvicendati possano transitare con nomina governativa nei ruoli della massima magistratura amministrativa, in modo da arricchirne le professionalità settoriali attraverso la loro esperienza maturata nelle più alte responsabilità operative dello Stato. Al Segretario generale per la sicurezza interna è delegata la presidenza dei Comitati regionali e interregionali per l’ordine e la sicurezza, rimanendo di esclusiva competenza del ministro dell’Interno quello dell’omonimo Comitato nazionale. Poi, per gli sfascisti di ogni ordine e grado occorre una Legge Scelba-bis che dia pieni poteri di scioglimento al Consiglio dei ministri, con provvedimento impugnabile presso il Consiglio di Stato. Al Parlamento, invece, deve essere riservato il potere di scioglimento nel caso di partiti che abbiano ottenuto una rappresentanza parlamentare. E se le cose stanno così, socialmente parlando, in questa estrema e indecifrabile confusione dei ruoli tra sinistra e destra extraparlamentare, non è del tutto fuori luogo il detto: “Fascismo, antifascismo e sfascismo per me pari sono”. Ma anche: “Fare il no-pass con gli anticorpi degli altri!”.