Ripartire dalla sconfitta

A ballottaggio concluso per il centrodestra la situazione è peggio di quanto si potesse immaginare: sconfitto su tutta la linea, eccezion fatta per Trieste. Non solo a Roma e a Torino, ma anche nei capoluoghi di provincia come Varese, Isernia, Savona, Rimini, Ravenna, Cosenza, Caserta e Latina (storica roccaforte del centrodestra) si affermano nettamente i candidati di centrosinistra. Tuttavia, non bisogna disperare. La sconfitta, a volte, se recepita con spirito costruttivo, può costituire una formidabile occasione per rimettere in discussione se stessi e migliorare. Il che è esattamente quello che ci si aspetterebbe, ora, dal centrodestra.

Matteo Salvini non ha evidentemente capito cosa sia successo esattamente: incolpa del flop l’astensionismo record e l’aver puntato su candidati sindaco sbagliati, poco conosciuti e fuori dalla politica, in primis a Roma e Milano. Si, è sicuramente vero che l’astensionismo ha raggiunto livelli mai visti prima, ma il fatto che la gente non voti è segno che qualcosa non sta funzionando correttamente; è spia di un disagio più profondo, a maggior ragione se riguarda proprio gli elettori del centrodestra i quali, chiaramente, non sono stati convinti dall’offerta da parte della propria area politica di riferimento. Che si sia puntato non solo sui candidati sindaci sbagliati, ma che si siano ingaggiate anche le battaglie sbagliate che hanno finito per lasciare perplesso e disorientato l’elettorato tradizionale e che si siano usati toni sbagliati?

Più cauta e realista Giorgia Meloni, la quale ammette la sconfitta del centrodestra e chiede immediatamente un vertice con Forza Italia e la Lega per capire quali siano le ragioni della debacle elettorale, pur non risparmiando una stoccata alla sinistra, accusata di aver intimorito l’elettorato paventando – come al solito – la minaccia fascista. Di errori ne sono stati commessi fin troppi. Anzitutto nell’approccio: bisogna sempre ricordare che la maggior parte degli elettori di centrodestra sono dei moderati, per nulla appassionati alle battaglie ideologiche o di principio, come quella sul Green pass o sull’obbligo vaccinale. Alla maggior parte degli elettori di centrodestra non importa stabilire se sia giusto o sbagliato obbligare, direttamente o indirettamente, le persone a vaccinarsi: gli importa solo di poter tornare al lavoro e alla vita di sempre, senza mettere a rischio la propria salute. Di conseguenza, battaglie come quelle contro il certificato vaccinale, semplicemente, non sono state capite. Proprio come non è stata capita (anzi, forse è stata guardata più che altro con sospetto e con fastidio) la vicinanza al movimento No vax e no Green pass: per gran parte degli elettori di centrodestra, si tratta solo di scalmanati o di creduloni che, probabilmente, passano troppo tempo su Facebook e si lasciano influenzare dalle innumerevoli panzane che si leggono sul web. Molto meglio fidarsi della scienza.

In secondo luogo, sempre per quello che riguarda l’approccio, forse all’elettorato di centrodestra non è piaciuta la radicalizzazione dei toni, specialmente nell’ultima parte della campagna elettorale, in cui sembrava di essere tornati ai tempi in cui Salvini invocava l’Italexit (con Claudio Borghi che tirava le fila e lo ammaestrava con qualche lezioncina di pseudo-economia) e corteggiava Casapound.

Ebbene, di cosa ci meravigliamo adesso? L’elettore medio non solo ritiene gruppetti di questo tipo ridicoli, ma addirittura pericolosi. La casalinga di Torino, piuttosto che l’impiegato di Milano o l’assicuratore di Roma hanno paura della gentaglia che milita in queste formazioni e vuole starle bene alla larga. E se questo significa fare a meno di barrare simboli di partiti che non prendono le distanze da questi gruppuscoli con sufficiente energia – almeno nella percezione comune, influenzata anche dai media, giusta o sbagliata che sia – tale timore si trasforma in astensionismo. La sinistra è sicuramente patetica nell’agitare il fascismo come uno spauracchio, ma bisogna dire che non sono meno patetici i tentennamenti da parte della destra nell’esprimere una condanna chiara di quell’ideologia e nell’accogliere nelle loro fila personaggi vicini a quel mondo.

Affinché il fascismo torni a costituire un pericolo reale, infatti, non è necessario che Forza Nuova prenda alte percentuali alle elezioni: basta la complicità dei partiti della destra istituzionale o anche semplicemente la loro indifferenza, come ci dimostra la storia del secolo scorso, in cui la quasi totalità dei regimi ha preso il potere anche grazie alla collaborazione attiva (o alla non resistenza) di quella che era la destra istituzionale, spaventata dai “rossi” e che si illudeva di poter tenere sotto controllo la situazione, che però ha finito per degenerare comunque. Il resto lo conosciamo. Ragione per cui sta ai partiti fare una bella selezione interna ed escludere gli elementi radicali e problematici, a destra come a sinistra.

Un’altra ragione potrebbe essere proprio il Governo Draghi. Non perché, come pure taluni hanno ipotizzato, l’idea ormai prevalente sia che, con Mario Draghi come premier, il voto e i partiti stessi siano diventati qualcosa di inutile: tanto ci pensa l’ex governatore della Banca centrale europea a far filare tutto liscio. Bensì, perché Mario Draghi ha dimostrato come il buongoverno non possa mai prescindere da una certa moderazione e compostezza istituzionale, ma soprattutto dalla competenza. In altre parole, i governanti devono sapere bene quello che fanno e perché lo fanno. L’improvvisazione e l’approssimazione non piacciono a nessuno, specialmente quando si tratta di governare uno Stato. E da questo punto di vista è molto più facile, anche per gli elettori di centrodestra, fidarsi di un esperto o di qualcuno che mostri di sapere il fatto suo, piuttosto che di un tipo qualunque pescato dal cilindro dei capi partito o di qualche arruffapopolo senza arte né parte. Il “papetismo” ha stancato, perché inconcludente e inadeguato rispetto alla necessità di dare al Paese la stabilità di cui ha disperatamente bisogno.

Ora, per una fondamentale legge dell’economia, l’offerta deve adeguarsi alla domanda, altrimenti il mercato non può aver luogo: devono essere i produttori a immettere sul mercato prodotti richiesti dai consumatori o che potrebbero verosimilmente soddisfare le loro aspettative e i loro gusti. In politica vale lo stesso principio: le proposte e le istanze dei vari partiti e coalizioni devono incontrare il favore dell’elettorato e rispecchiare quelle che sono le sue aspettative e i suoi interessi. Se ciò non avviene si ha l’astensionismo e la conseguente delegittimazione della politica stessa, che diventa autoreferenziale e perde i contatti col Paese reale.

Per anni si è rimproverato alla sinistra di essersi dimenticata della vita reale delle persone per occuparsi di cittadinanza agli immigrati, quote rosa e simili: ora l’accusatore – il centrodestra – ha commesso lo stesso errore dell’accusato. Il centrodestra, per inseguire battaglie inutili e prive di senso, come quella contro il Green pass o l’obbligo vaccinale, tanto per dirne una, dinanzi alla quasi totalità di italiani vaccinati e in possesso di certificazione vaccinale, che dunque non erano per nulla appassionati a questo dibattito, ha finito per diventare incomprensibile al suo stesso elettorato, assolutamente sereno sulla questione vaccini e, anzi, perlopiù entusiasta dinanzi all’unico strumento capace di far ripartire l’economia in sicurezza e di conciliare la giusta difesa del lavoro con l’altrettanto necessaria difesa della salute pubblica. Il centrodestra, nel disperato e ottuso tentativo di essere in tutto e per tutto alternativo alla sinistra – accusata di essersi rifugiata nei salotti alla moda, di essere diventata “pariolina” – ha preferito concentrare la sua attenzione sulle periferie, finendo così per tradire i valori e gli interessi di quella borghesia che costituiva il suo elettorato tradizionale, senza oltretutto aumentare il proprio consenso nei quartieridifficili”, dove si sa che i voti si comprano facilmente e dove la tendenza è sempre quella di premiare chi promette sussidi e mancette varie, non lavoro e sviluppo.

Gli elettori vogliono un centrodestra diverso: l’altissimo livello di astensionismo significa probabilmente questo. Gli elettori hanno voglia di una destra liberale; conservatrice ma non retrograda; pragmatica e anti-ideologica; capace di stare nelle istituzioni e di occuparsi di cose concrete; rispettosa dei valori costituzionali. Niente strizzatine d’occhio al fascismo e alle forze reazionarie, insomma. Niente “papetismo” e improvvisazione, nei candidati come nei programmi. Niente ideologizzazione del dibattito e arroccamento su questioni di principio che l’opinione pubblica non percepisce affatto come tali. Libertà, prudenza, concretezza, sobrietà, competenza: queste devono essere le nuove parole d’ordine.

Questa sonora sconfitta potrebbe, paradossalmente, essere una vera e propria manna dal Cielo, se correttamente recepita e interpretata: potrebbe costituire l’incentivo, per i leader del centrodestra, a intraprendere un “nuovo corso”, a rinnovarsi nei contenuti e nelle proposte, oltre che nel modo di fare politica, offrendo così a un elettorato chiaramente stanco e sfiduciato un prodotto capace di convincerlo e di risvegliare il suo interessa per la politica.