Carlo Calenda ci svela qualcosa in più sui suoi progetti per il futuro, ovviamente dal punto di vista politico. Uscito praticamente vincitore dalle Amministrative di Roma – in cui, sebbene non eletto primo cittadino, ha ottenuto comunque un risultato di tutto rispetto, considerando che era sostenuto unicamente dalla sua lista – il leader di Azione sembrerebbe ora intenzionato a mettere in cantiere un nuovo soggetto politico unitario: qualcosa di molto simile al famigerato “terzo polo” o “grande centro”.

Nella visione di Calenda, così come spiegata da lui stesso durante il noto talk-show serale di Rete 4 condotto da Barbara Palombelli, “Stasera Italia”, questa nuova alleanza politica sarebbe da costruire assieme ai renziani di Italia Viva, ai centristi, agli ex-Radicali di Più Europa e, particolarmente, a Forza Italia, laddove quest’ultima decidesse di rompere con il duo sovranista Matteo Salvini-Giorgia Meloni. Porte spalancate, naturalmente, agli esponenti della società civile e a chiunque abbia voglia di impegnarsi in questo progetto e di provare a cambiare il Paese. Il modello cui fare riferimento – fa sapere Calenda – è quello di Mario Draghi: il campo di forze che il leader di Azione starebbe pensando di unire dovrebbe essere capace di dare continuità all’esperienza di Governo dell’ex capo della Banca centrale europea, che verosimilmente verrà eletto al Quirinale. L’Italia che Calenda ha in mente la definisce “Italia seria”, cioè di tutte quelle persone che, armate di pragmatismo, senso della realtà e concretezza, vogliono imprimere una profonda svolta all’assetto politico e socio-economico vigente. Un campo, sì, largo e inclusivo ma coerente, unito e capace di governare con senso di responsabilità e usando la testa.

Perché “Italia seria”? Perché il nemico del “calendismo” si sa quale è: il populismo, di destra e di sinistra – vale dire salviniano e grillino – giudicato inconcludente; buono solo per urlare slogan dai palchi; la cui via politica è quasi sempre impercorribile e impraticabile. A questo proposito, Calenda sostiene che il vero dato uscito dalle urne sia la sconfitta del Movimento Cinque Stelle e della destra sovranista. Da qui la necessità, per le forze liberali e moderate, di riorganizzarsi e di darsi una nuova struttura, laddove le coalizioni non riuscissero o non volessero marginalizzare e rompere le alleanze con le forze antisistema.

Il leader di Azione respinge con scetticismo la proposta del segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, di fondare un nuovo Ulivo, come ai tempi di Romano Prodi, con tutte le forze politiche di sinistra, inclusi i Cinque Stelle e la stessa Azione. Il motivo è presto detto: anzitutto – dice Calenda – per coerenza oltre che per opportunità, noi non faremo mai alleanza coi grillini, che abbiamo aspramente criticato e combattuto; in secondo luogo, il leader di Azione sa benissimo – e lo dice apertamente – che una parte dei suoi consensi, attuali o potenziali, una parte dell’Italia “seria” che ha in mente, sta a destra. Si tratta perlopiù di berlusconiani rimasti senza una casa e sempre più insofferenti nei riguardi del sovranismo, ritenuto il modo sbagliato di difendere gli interessi nazionali. Da questo punto di vista, l’interlocutore privilegiato di Calenda nel centrodestra sembrerebbe essere Mara Carfagna, attuale ministro per il Sud, notoriamente su posizioni centriste e decisamente critica nei riguardi del populismo. Sarebbe lei a guidare quella parte di Forza Italia – in opposizione ad Antonio Tajani – desiderosa di rompere con Salvini e con la Meloni per dare vita al “terzo polo”, assieme agli ex forzisti di Luigi Brugnaro e Giovanni Toti, ai democristiani di Maurizio Lupi e ai transfughi del Partito Democratico (Matteo Renzi in primis).

Calenda, tuttavia, non risparmia critiche nemmeno a quest’ultimo: politica e affari – dice il leader di Azione – devono restare ben separati, altrimenti si rischia il conflitto d’interessi, che è il peggior nemico del buongoverno. Il rapporto tra la politica e le lobby deve essere regolamentato per impedire che la prima diventi semplicemente la passacarte dei gruppi d’interesse. Sotto accusa, infatti, sarebbero i rapporti dell’ex sindaco di Firenze con il principe saudita Bin Salman e la sua partecipazione alla società russa di car sharing Delimobil, ma anche le sue scelte altalenanti per quanto riguarda le alleanze a livello locale: se da una parte Renzi avrebbe appoggiato l’alleanza Pd-Cinque Stelle a Napoli dall’altra starebbe lavorando per avvicinarsi a Forza Italia in Sicilia. È necessario quindi fare chiarezza, sostiene Calenda, il quale aggiunge che bisogna trovare una sintesi tra le forze liberali, che non possono rassegnarsi a fare da stampella agli altri e ad avere un atteggiamento ondivago di questo genere.

Progetto ambizioso, quello di Carlo Calenda. Ma realistico, se si pensa alla determinazione dell’uomo e al fatto che, in questo Paese, siano sempre di più i cittadini alla ricerca di un’alternativa tanto alla sinistra iper-ideologizzata che a una destra monopolizzata dal sovranismo spicciolo e semplicistico. Un ipotetico terzo polo liberal-democratico potrebbe davvero aspirare – come sembrerebbero indicare i pronostici degli analisti politici – a un buon dieci-quindici per cento alle elezioni politiche e, dunque, a diventare un co-protagonista della politica italiana, una forza con la quale si dovrebbe necessariamente dialogare e fare accordi, una sorta di “contrappeso”.

Alcuni commentatori si spingono persino ad affermare che potrebbe essere proprio Carlo Calenda a realizzare lo storico progetto berlusconiano della “rivoluzione liberale”. Se sarà o no così lo stabilirà il tempo. Resta il fatto che, a prescindere dall’essere d’accordo o meno con lui, non si possono non ammirare l’intraprendenza e le capacità di questo leader, anche nell’intenzione di offrire a un Paese fiaccato e sfiduciato come l’Italia un nuovo prodotto politico, sulla base di una logica positiva, per la quale non è detto che ci si debba rassegnare al malcostume, all’inefficienza, alla precarietà e al progressivo declino; proprio come non è detto che le soluzioni migliori siano sempre le più semplici e immediate, specie se si ha a che fare con una realtà estremamente complessa e articolata.