Le mille trappole dei sondaggi

Forse non a tutti è chiaro che la validità dei sondaggi d’opinione non dipende solo dalla quantità delle interviste e dalla loro rappresentatività statistica della popolazione ma anche, e in taluni casi soprattutto, dalla qualità dei quesiti sottoposti all’intervistato e dalle modalità stesse dell’intervista. Da anni la tecnica della ricerca sociale ha cercato di minimizzare le distorsioni che inevitabilmente caratterizzano le risposte a un questionario, ma il problema rimane largamente irrisolto. In definitiva, un sondaggio ha qualche valore solo quando porta alla luce tendenze o differenze molto marcate (per esempio 90 per cento per il e 10 per cento per il No) mentre di fronte a valori più contenuti e pressoché simili l’affidabilità svanisce del tutto. Peraltro, anche quando la tendenza appare forte e chiara, non tutto è sicuro.

La rilevanza dell’intervistatore, per esempio, gioca un ruolo notevole. Si immagini un sondaggio con il quesito “lei crede nell’esistenza di Dio?” in cui l’intervistatore sia, per 100 soggetti da intervistare, un sacerdote e per altri 100 un laico. È praticamente sicuro che la percentuale dei sarebbe più elevata nel primo gruppo piuttosto che nel secondo. Questo fatto si somma, poi, a quella che i tecnici chiamano la propensione per il Sì, ossia la più o meno pronunciata propensione che ciascuno di noi porta con sé per le risposte positive rispetto a quelle negative. Questa tendenza diviene cruciale quando il quesito pone un argomento sul quale l’intervistato non ha mai riflettuto a fondo e tuttavia, invece di rispondere non so, preferisce prendere una posizione precisa. Tutto questo per non parlare dell’effetto Panurge, le risposte bugiarde e così via, che si spera si distribuiscano casualmente sia fra i sia fra i No.

Il ruolo centrale, a mio parere, rimane comunque quello del testo delle domande. Un testo completamente neutro non può ovviamente esistere ma, in ogni caso, l’attenzione dovrà essere concentrata sul tentativo di evitare al massimo di suggerire una risposta o di farla apparire come preferibile. La costruzione della frase deve essere sempre ben soppesata e magari collaudata in pre-indagini. Essa, di fronte a un evento da valutare, non deve mai assegnargli la rilevanza la cui assegnazione spetta invece all’intervistato. Circa la guerra Russia-Ucraina un Istituto ha chiesto “dopo oltre 80 giorni di guerra tra Russia e Ucraina, l’Europa dovrebbe” facendo poi seguire le due alternative più ovvie: 1) impegnarsi in un ruolo di mediazione tra Russia ed Ucraina per raggiungere al più presto una tregua (68 per cento); 2) rafforzare, con Usa e Regno Unito, il supporto militare all’Ucraina per aiutarla a vincere la guerra contro la Russia (25 per cento).

È probabile che la prima parte della domanda (“dopo oltre 80 giorni di guerra”) che induce a pensare a una durata ormai estenuante, abbia spinto qualcuno a prendere una decisione del tipo 1) piuttosto che di tipo 2). In effetti, 80 giorni sono molti oppure pochi a seconda del termine di confronto che decidiamo di adottare: la Seconda guerra mondiale è durata ben di più ma anche quella in Corea o in Vietnam, per non parlare di quella “dei Trent’anni”.

Fra le modalità di risposta, poi, si dovrebbe evitare, come ricordato sopra, di suggerire, anche inconsapevolmente, la risposta. Un altro Istituto pone la domanda “secondo lei chi vincerà la guerra in Ucraina?” consentendo la scelta fra tre alternative 1) la Russia, 2) l’Ucraina, 3) nessuno. Poiché la 3) coincide con un atteggiamento morale assai diffuso che vede nella guerra, anche se legittima in quanto di difesa, una non-soluzione, non stupisce che ben il 56 per cento degli intervistati l’abbia scelta.

L’ambiguità espressiva non è mai opportuna e sarebbe preferibile un lessico più diretto. Un Istituto ha formulato il seguente quesito: “In questa guerra, Lei ritiene prevalenti le motivazioni russe o quelle ucraine?”. Ammesso che il termine “motivazioni” sia di comune dominio – si tratta del preciso termine psicologico che indica un impulso ad agire – è il termine “prevalente” che genera confusione: si intendeva chiedere se lo stimolo all’azione prevalesse fra gli ucraini oppure fra i russi o se l’azione degli uni fosse meglio giustificata di quella degli altri?

Circa l’opportunità dell’invio di armi da parte dell’Italia all’Ucraina un Istituto chiede: “Lei è favorevole o contrario che l’Italia invii armi (missili, cingolati, artiglieria pesante) all’Ucraina?”. Qui la criticità è nelle esemplificazioni indicate fra le parentesi. I contrari (46 per cento) sarebbero stati sicuramente in quantità inferiore se, invece delle armi citate, fossero stati elencati fucili, munizioni e magari installazioni di medicina militare, ossia attrezzature che, stante la segretezza dell’invio, potrebbero essere davvero incluse nella nostra fornitura agli ucraini.

Si potrebbe continuare, ma ciò che abbiamo sottolineato può bastare per intuire quale e quanta sia la possibile sovrapposizione fra tendenze dell’opinione pubblica affidabili e pseudo-tendenze che sembrano plausibili ma in realtà non lo sono. E quanto sia imprudente assumere i dati meno marcatamente distribuiti in fatto di quantità e meno chiari in fatto di qualità, come “prove” da adottare nel dibattito politico.