Zuckerberg se ne frega del negazionismo sull’olocausto

Negare l’Olocausto da parte di gruppi antisemiti è meno peggio che fotografarsi a tette nude sulla spiaggia o che mandare qualcuno a quel paese.

Benvenuti nel mondo alla rovescia di Mark Zuckerberg, e di Facebook, cioè il tentativo più riuscito sinora di incarnare in un social network la realtà immaginata da George Orwell nel noto romanzo “1984”. In un’intervista a ReCode, il ceo di Fb, uomo più ricco del mondo (e tra i più arroganti), ha letteralmente affermato che “negare l'Olocausto è “profondamente offensivo, ma questo tipo di contenuti non va vietato da Facebook”. Giustificando la cosa così: “Non credo che la nostra piattaforma dovrebbe rimuovere questi post o commenti, perché penso che ci sono diverse cose su cui le persone sbagliano. E non penso che sbaglino intenzionalmente”.

Inutile dire che questa presa di posizione, unita al fatto che è notoria l’influenza di un paio di migliaia di “moderatori” sulla piattaforma che provengono dal mondo arabo islamico, ha fatto imbestialire gli ebrei e gli israeliani, nonché gli amici di Israele presenti su Fb, in maniera a dir poco furiosa. Da tempo l’antisemitismo su Facebook sta diventando il primo problema. Ma le regole assurde e inappellabili di Zuckerberg permettono magari di consegnare le profilazioni dei gusti politici a Cambridge Analytica, ma giammai comprimere la libertà di espressione degli antisemiti. In compenso si possono censurare tutti i nudi, comprese le statue, avvicinando il più famoso social network del mondo all’immaginario di Teheran o di Ryad piuttosto che a quello di una qualsiasi capitale europea o americana.

Da parte sua il presidente della Anti-Defamation League, Jonathan Greenblatt, ritiene che Facebook abbia “l'obbligo morale ed etico di non consentire alla gente di disseminare idee sulla negazione dell'Olocausto sulla sua piattaforma”. E questo perché "la negazione dell'Olocausto è una tattica ingannevole volontaria, deliberata e che va avanti da tempo da parte degli antisemiti che è senza dubbio odiosa, dolorosa e pericolosa”.

Le parole di Zuckerberg, che guarda caso giungono circa una settimana dopo che i moderatori di Facebook hanno confermato che “Infowars” – un sito che diffonde teorie cospirazioniste estreme – rimarrà sul social come niente fosse. Il problema vero però è che chi sta su Facebook vive in quello che si potrebbe definire “a world apart”. Dove non valgono le regole della vita comune e dove i padroni dell’ambaradan gestiscono dati, gruppi e pagine come meglio loro aggrada. Senza mai chiedere scusa di nulla, compresi i dati venduti sottobanco alle varie Cambridge Analytica e a chi utilizza le fake news – che su Fb la fanno da padrone – per deviare il consenso elettorale. E in Italia ne sappiamo qualcosa, se non siamo addirittura la punta avanzata de “L’esperimento”, per citare il libro del giornalista Jacopo Iacoboni, uno dei primi ad analizzare il fenomeno dei Cinque Stelle.