“Io me ne andrei”, il nuovo Feltri show

Una volta, quando ancora nelle redazioni dei programmi televisivi si faceva la gavetta e contestualmente la vera scuola di giornalismo, una delle prime cose che il giovane cronista, autore o redattore, o aspirante tale, imparava, era che, se l’ospite si alzava e se ne andava non avevi fatto un buon lavoro, avevi “perso”, eri un giornalista mediocre. Un po’ come quando ti mandavano fuori, sul campo, e non portavi a casa il pezzo. Cose che tempravano e che non temprano più, cose che ti insegnavano l’umiltà di dover continuare ad imparare.

Oggi, per diventare conduttori non c’è una scuola ma solo un dirigente che decide che da domani conduci tu. Che andrebbe anche bene se fossi un fenomeno, ma di fenomeni ce ne sono pochi, il resto appaiono più che altro, ormai da anni, bellone e belloni con discutibile preparazione o curriculum, contrattualizzati e quindi da utilizzare o riempitivi con agenti potenti. Sorvoliamo, perché l’invidia è dei meschini e dei neo giacobini e tutto sommato ci va bene così se sono almeno capaci, su nepotismo, parentismo, maritismo e figlismo. Leggi: sempre gli stessi per anni, secoli e millenni (e già che super Pippo non conduca più e la Clerici cambi programma c’è da gridare al miracolo).

Negli anni, e su tutti i canali, ne abbiamo visti tanti di ospiti illustri in trasmissioni illustri andarsene indignati, magari gettando il microfono sulla povera sedia sedotta e abbandonata nel triste studiolo in collegamento dall’altra parte dello stivale e che, tipicamente, era uno sgabuzzino arrangiato con dei pannelli insonorizzanti smozzicati dai topi, con una telecamerina fissa senza operatore (un classico del risparmio) e un’illuminazione mortifera che rendeva tutti, anche Brad Pitt, dei Nosferatu che sembravano apparizioni in diretta dall’Ade. Adesso gli studi sono un po’ migliorati ma gli ospiti continuano ad andarsene, primo fra tutti Vittorio Feltri.

Feltri, il “cattivo” maestro, quello del politically “scorrect”, il bergamasco incazzoso che non te le manda a dire, nelle ultime due settimane ha lasciato a piedi ben due programmi, “In Onda” su La7 e “La vita in diretta” su Rai uno. Sorse spontanea la domanda: è lui che ha un caratteraccio o sono gli intervistatori che non sanno fare il loro lavoro, come ha detto lui? È lui che deve prendersi una camomilla prima di andare in onda o sono i conduttori che devono essere capaci di fargli finire un concetto? È lui che a 75 anni suonati deve essere trattato con sufficienza come “uno che va lungo” al pari di un vecchio bacucco che guida il mercedesone contromano in tangenziale a mezzanotte, o le nuove leve che devono saper misurare l’incalzare giornalistico con il rispetto e la tecnica televisiva? (cosa che, sappiatelo, esiste).

Poi, se un “vaffanculo” su La7 si può dire senza gridare allo scandalo, e menomale, un “andate a farvi benedire”, sulla Rai invece viene preso come un “insulto” e subito crocifisso con tanto di smorfiette felliniane inguardabili e squalificanti con il sempre salvifico “siamo su Rai uno”.

Morigeratezza eccessiva, goffaggine professionale o angoscia atavica di infrangere le linee guida del Truman Show perbenista che attanaglia l’italico etere pubblico da mezzo secolo? Poi guardi i filmati anni settanta con Renato Zero e Patty Pravo e ti domandi quand’è che la libertà di espressione sulla tv nazionale è stata soffocata col cuscino, se anche un Insinna è considerato troppo trasgressivo nel prime time (ma anche lui riciccia, sempre per il concetto di cui sopra).

Insomma: tanto è il timore che l’ospite dica qualcosa di non adatto al “pubblico Rai” che non gli si fa neanche finire un concetto giuridico, peraltro corretto nel caso specifico, che evidentemente non si conosce o non si è capito. O, peggio, non si è studiato prima di andare in onda a intervistare Vittorio Feltri e non Carmen Di Pietro o Michel Harem “il parrucchiere delle dive”. Tanto è il terrore che “Mamma Rai” si indigni, che l’intrattenimento non intrattiene più e che fare giornalismo, che significa raccontare il mondo anche da punti di vista inconsueti o che non ci piacciono e aiutare le persone a farsi una propria opinione sulle cose, in certi format stanchi è difficile se non impossibile. Se avete paura o volete fare la morale al pubblico o volete mantenere tutto su un piano di piattume cerebrale adatto solo a quell’82 per cento di italiani che, stando al rapporto Infosfera dell’Università Suor Orsola Benincasa, non sa riconoscere le fake news, non invitate Feltri, invitate qualcun altro. Ma se lo invitate, e se volete fare ascolti, dovete essere in grado di reggere lo tsunami, che significa che almeno dovete prepararlo o prepararvi bene per non farlo dilagare (lo tsunami, non Feltri). “Perché mi invitate se non volete le mie risposte”… inutile sottolineare l’ovvio: ha ragionissima, senza andare a scomodare Fichte, Locke e nemmeno Cartesio. E quindi, forte di questa ragion pura, il direttore prima di andarsene ha calciato una tripletta killer: “Asini, maleducati, incapaci di fare il vostro lavoro”.

Forse, quando ci si documenta per preparare un’intervista, bisognerebbe anche tentare di capire la psicologia del personaggio, che con buona pace di molti è ancora vivo e vegetissimo e lotta insieme a noi per i quali il mondo dell’informazione è un essere vivo, in evoluzione, e non un cadavere putrefatto che galleggia finché galleggia, nel Tevere a pancia in giù. Perché, forse, parafrasando il de cuius ma non ancora morto, in certe interviste “non siamo noi che dobbiamo lasciare in pace gli africani ma sono gli africani che devono lasciare in pace noi”.