Immigrati e magia nera: esiste un legame?

Quando lessi, la settimana scorsa, di un gruppo Facebook in cui si organizzava, a Roma, una serata di cultura haitiana rimasi dubbioso. Si trattava niente meno che un invito ad un rito Vodoo (o Vudù) collettivo. Si tratta di un antico rituale caraibico, una sorta di magia nera equivalente pressappoco al nostro malocchio, ma più complesso: il sincretismo del Vodoo ha permesso ai suoi santoni di creare una vera e propria religione, a cavallo tra animismo e cristianesimo.

Qualcuno potrebbe pensare che le nuove masse immigratorie stiano portando con sé usi e costumi propri della magia nera. Malignità, naturalmente. E invece no. L’anno scorso in Calabria (tra Lamezia Terme e Losarno) i carabinieri condussero un’indagine sulla costruzione fisica (segregazione) e psicologica a danno delle prostitute nigeriane; gli elementi hanno portato a numerosi arresti tra italiani, africani e “madame”, le custodi delle ragazze. Dietro a queste segregazioni vi sarebbe un sistema ricattatorio basato non soltanto sul ricatto economico ma anche su quello “magico”. Le ragazze infatti sono costrette a prostituirsi credendo che, se si rifiuteranno, saranno colte da malocchio. Questo a noi potrebbe farci sorridere.

Non dobbiamo dimenticare che le regioni povere e rurali dell’Africa sono intrise di cultura occultistica. I ragazzi crescono all’interno di un mondo in cui tutto ciò che a noi sembra risalire al medioevo per loro è un dato di fatto. Perciò, quando facciamo passare per “cultura” il Vodoo, dobbiamo ricordarci che si presta anche troppo bene a sistemi di coercizione mentale, di sfruttamento e di associazione a delinquere. Da allora le cose non sono cambiate. Evidentemente, qualcuno cerca di far passare per fenomeno culturale il Vodoo. Con i nuovi flussi migratori, provenienti dall’Africa, la cultura occultistica entrerà prepotentemente nel nostro Paese, conoscendo però nuovi tratti, assai più crudeli e sadici: infatti il Vodoo si presta particolarmente ai rapimenti a scopo di sacrifici umani. Quando parliamo di “cultura”, quindi, pensiamoci bene.