Essere medico oggi, parla il Rettore Gaudio (seconda parte)

Proseguiamo con l’intervista al Magnifico Rettore dell’Università “La Sapienza” di Roma, Eugenio Gaudio, di cui nei giorni scorsi abbiamo pubblicato la prima parte.

Sembra di percepire dalle sue parole una sensazione di amarezza per la trasformazione che la figura del medico ha subìto negli ultimi due decenni.

Amarezza è il termine giusto. La burocratizzazione eccessiva ha purtroppo costretto la categoria medica a dedicare una parte significativa del proprio lavoro ad attività di natura non assistenziale. Ne risulta una percezione di medico burocrate e questo non rende ragione della capacità della categoria di reinventare se stessa. Prenda il caso dei medici di medicina generale: come ho già detto, loro sono il vero snodo del servizio sanitario e svolgono una funzione essenziale, insostituibile. Ma per farlo devono essere messi in grado di lavorare bene, anche per non essere percepiti come i medici delle ricette. Mi creda, oggi si parla un po’ ovunque dei Pdta, i percorsi diagnostici, terapeutici ed assistenziali. Ma se non ci fossero proprio loro, i medici di famiglia come protagonisti, ebbene, dei Pdta se ne parlerebbe soltanto e sarebbero lettera morta, invece l’esperienza nelle Asl ci insegna che la presa in carico del paziente diabetico, oppure affetto da scompenso cardiaco o da broncopneumopatia cronica ostruttiva è sempre più una realtà. E questo lo si deve al dialogo tra la medicina generale, la specialistica ambulatoriale e la dirigenza medica e professionale nelle aziende. Il cammino da fare è lungo e faticoso, ma i protagonisti sanno essere professionisti di primordine.

Tante inappropriatezze spesso si pagano con inefficienze. L’inefficienza fa esplodere la sfiducia nei cittadini, che ormai non trattengono la rabbia e sempre più spesso reagiscono contro i medici e gli operatori sanitari per via delle lunghe attese o perché non avvertono di essere adeguatamente curati. C’è una rabbia dilagante, dal nord al sud del Paese. Violenze verbali, fisiche, minacce, come possiamo correggere questo andazzo? Siamo nel tempio della cultura. C’è un decadimento culturale che serpeggia nel nostro Paese, stanno venendo meno valori, riferimenti e quelle figure che una volta per noi avevano un significato straordinario come quelle del medico, la maestra, il farmacista, il parroco. Cosa è cambiato secondo lei professor Gaudio?

C’è stato un cambiamento fondamentale, per certi versi positivo con dei risvolti negativi, che ha cambiato il rapporto medico-paziente nel tempo: la medicina è passata dall’essere una scienza empirica con scarsi risultati, a una scienza con basi solide, che con le scoperte farmacologiche dal secondo dopoguerra, con l’avvento degli antibiotici, ha reso curabile malattie mortali. I vaccini hanno eliminato piaghe quali la poliomielite, il vaiolo, la pertosse, la difterite e altre malattie che erano invalidanti e mortali. Il rapporto fra medico e paziente era di tipo paternalistico, in quanto il medico si faceva carico di risolvere il problema, e i problemi prima erano mortali. Un genitore prima aveva un bambino con la polmonite e prima dell’avvento dell’antibiotico e della penicillina si sentiva dire “vediamo se passerà la notte”; o con la poliomielite, per cui si rimaneva gravemente offesi per tutta la vita. Il passaggio alla medicina scientifica con gli antibiotici e i vaccini e le misure igieniche che hanno fatto saltare l’età e l’aspettativa di vita, che all’inizio del Novecento era di 40 anni e alla fine del secolo scorso è raddoppiata, portava il paziente ad essere grato al proprio medico. Il chirurgo era quello che salvava la vita da una peritonite o una rottura di un aneurisma. Col Sistema sanitario nazionale (Ssn) si è passati ad una attuazione di quello che è il principio costituzionale di tutela della salute, che è un diritto del cittadino e si è squilibrato in un certo senso il rapporto. Per cui quello che era un intervento di tipo paternalistico è diventato, come è giusto che sia, un diritto. Anche un’informazione più diffusa in maniera superficiale, trasmissioni televisive, il web, hanno portato invece non al riconoscimento del medico che ha salvato la vita con l’antibiotico corretto, o con l’intervento chirurgico, ma alla pretesa di un diritto alla salute che il Ssn deve garantire a tutti. C’è stato un cambio di paradigma mentale. La soluzione passa da una maggiore consapevolezza, a fronte dei tanto declamati episodi di malasanità o di aggressioni. In realtà, quando si vanno a fare le statistiche, l’80 per cento dei nostri concittadini è soddisfatto del nostro sistema sanitario. Ricordiamo che il nostro Ssn è considerato uno dei migliori al mondo per efficacia, ed è una cosa unica, perché in Italia su tutti gli altri servizi stiamo sempre dal 30mo al 50mo posto, per la sanità siamo fra i primi 3. La rappresentazione della nostra buona sanità la dà questo esempio: se un immigrato clandestino cade per terra e sbatte la testa, viene portato nell’ospedale più vicino e operato in un difficile intervento dal miglior neurochirurgo gratuitamente; questo non esiste in nessun altro posto al mondo. Se cadi negli Stati Uniti prima controllano se hai la carta di credito e se non ce l’hai ti lasciano lì o ti mandano il conto a casa. Si calcola che negli Usa gli episodi di salute sono al primo posto per dissesto finanziario familiare. Queste cose vanno dette e gli italiani lo devono capire, che a fronte di pochi episodi di malasanità ci sono milioni di prestazioni di buona sanità date gratuitamente a tutti, che hanno portato l’Italia insieme al Giappone ad essere il Paese con aspettative di vita maggiori. In Italia si vive più a lungo che negli Usa malgrado le loro tecnologie. Per facilitare un rapporto che è quello dell’alleanza medico-paziente, che non è più acritico e paternalistico ma dialogico, bisogna ricreare le condizioni sia culturali che di narrazione. Non si possono riportare solo i casi di malasanità che sono una piccola percentuale agli altri che sono l’enorme percentuale di Pil. Si fa quindi una rappresentazione ingiusta del Ssn. I contenziosi vengono spesso strumentalizzati. A fianco a questo ci sono gli errori umani, altri ingiustificabili, però per mia esperienza posso dire che sono una frangia molto limitata su cui agire.

C’è anche una insoddisfazione generale e una violenza dilagante nel nostro Paese ultimamente e qualcuno sfoga ed esprime la sua rabbia non appena può.

Sì, e la esprime contro i migranti, contro i professori delle scuole se non gli promuovono il figlio, contro i medici al Pronto soccorso che non hanno salvato la mamma che magari aveva 95 anni e non era più curabile; è un problema culturale certamente.

Tre atti di violenza al giorno vengono registrati contro i medici e gli operatori sanitari, per questo il Governo ha provveduto già nella seduta del Consiglio dei ministri dello scorso 8 agosto ad approvare un disegno di legge che focalizza le esigenze di sicurezza dei medici e degli operatori sanitari nell’esercizio delle loro funzioni, che attende, dopo aver superato anche il vaglio della Conferenza Stato-Regioni di passare dal Parlamento e lì essere arricchito da ulteriori proposte. Il segretario generale della Cisl Medici, Biagio Papotto, ha chiesto alle aziende di stare al fianco dei suoi medici e operatori proponendosi parte civile qualora aggrediti durante i turni lavorativi.

Come previsto anche nella Legge Gelli, mentre prima la responsabilità era dell’operatore adesso le responsabilità ricadono anche sull’azienda, per cui l’operatore non è lasciato solo. Penso che se è un sistema, se il medico non è più un monade come una volta era il medico condotto, ma fa parte di un sistema organizzativo complesso, di cui è un elemento, penso che la propria azienda, il proprio datore di lavoro debba stargli accanto.

C’è chi parla di “lite di condominio” fra l’Università “La Sapienza” e il Policlinico Umberto I. Com’è la convivenza fra voi, ci sono o no questi contenziosi di cifre riportate?

Mi dispiace che qualcuno sia rimasto in arretrato, perché noi abbiamo un tavolo tecnico con il Policlinico dove abbiamo concordato tutta la soluzione dei problemi che non esistono. C’è stata una riunione a fine luglio in Regione Lazio dove abbiamo portato i risultati di questo incontro come previsto dal protocollo di intesa Università-Regione in cui il Policlinico e l’ateneo hanno discusso e reciprocamente riconosciuto debiti e crediti secondo quelle che sono le modalità stabilite dal protocollo d’intesa in Regione. Quello quindi che è stato rappresentato è un residuo di un passato che è già superato dalla precedente gestione del Policlinico. Mentre il nuovo direttore generale ha analizzato con serenità la situazione e in un tavolo paritetico Policlinico-Università si è raggiunta una assoluta e totale convergenza per quello che riguarda queste partite debito-credito che si trascinavano da decenni.

Quindi nel condominio c’è una pacifica convivenza?

Assolutamente si, anche perché il direttore generale è nominato dal presidente della Regione e congiuntamente dal Rettore dell’Università. Quindi diciamo che il Policlinico, come tutte le aziende ospedaliere d’Italia, è un’azienda in cui Regione e Università concorrono e hanno tutto l’interesse affinché le aziende funzionino. È interesse della “Sapienza” che il Policlinico Umberto I, il Sant’Andrea e Latina, che sono i tre poli di formazione, viaggino nel migliore dei modi.

@vanessaseffer