I fantasmi del caso cucchi e le verità nascoste

I fantasmi del caso di Stefano Cucchi rischiano di agitare non poco gli alti vertici dell’Arma dei carabinieri. Non tanto e non solo perché coprire per anni, da parte dei bassi gradi, i presunti responsabili di quel delitto è stata cosa miope e ingiusta. Quanto perché lo scaricare addosso al ragazzo l’unica responsabilità per la propria fine è apparso fin dall’inizio un tentativo vigliacco di approfittarsi di uno degli anelli più deboli della società italiana: il tossicodipendente cronico. L’Arma dei carabinieri negli anni, anzi nei secoli, è invece sempre stata esempio di argine contro questa maniera populista di intendere l’ordine pubblico.

Ma oggi, dopo il colpo di scena del processo per omicidio preterintenzionale che si sta celebrando a Roma in Corte di assise – imputati tre militari Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco per il pestaggio e altri due graduati Roberto Mandolini di calunnia e falso, e Vincenzo Nicolardi di calunnia – in cui proprio Tedesco ha accusato i due suoi coimputati di quel pestaggio in una ricostruzione venuta fuori nell’udienza di oggi, non è solo il processo che sembra aver preso una precisa direzione ma anche l’immagine di alcune caserme dell’Arma. Ed è una direzione pericolosa. Fatta di indagini di piccolo cabotaggio dove si predilige andare sul sicuro arrestando e riarrestando i tossici da strada e i piccoli spacciatori che li riforniscono. Indagini fatte spesso per dare risultati al centro statistiche o per ottenere un encomio. Insomma, per fare carriera. Anche se i risultati concreti nel contrasto allo spaccio di sostanze stupefacenti è praticamente zero. Anche perché il mercato sta ormi da tempo in mano a mafie straniere che hanno centinaia di migliaia di persone per quella manovalanza negli immigrati clandestini e non. Che hanno anche scalzato i tossici dal gradino più basso della scala sociale.

Comunque questo processo andrà a finire, e oggi l’accusa sembra avere segnato un colpo decisivo, le periferie delle grandi città scoprono di avere un problema in più: non solo sono alla mercé della delinquenza, ma può capitare che chi sarebbe deputato a difenderli pensi più alla carriera che alla legalità. Non peritandosi di usare le maniere forti con i deboli.

E poi, se ci scappa il morto, invece di collaborare con i magistrati si erige – da parte di alcuni – quello stesso muro di omertà che usano le organizzazioni criminali per opporsi al corso della giustizia. Una brutta notizia e una brutta pagina per tutti i cittadini italiani. E questo al netto del non sempre simpatico iperattivismo politico-comunicativo della sorella di Stefano Cucchi, la quale però ha anche tutto il diritto di chiedere e ottenere giustizia. Persino dopo dieci anni dalla morte del fratello, bollato come “ tossico che se l’è cercata” fin dal primo giorno dopo il decesso.