“Il virus ha aggredito una società stanca”: il rapporto del Censis

“Il sistema-Italia è una ruota quadrata che non gira: avanza a fatica, suddividendo ogni rotazione in quattro unità, con un disumano sforzo per ogni quarto di giro compiuto, tra pesanti tonfi e tentennamenti. Mai lo si era visto così bene come durante quest’anno eccezionale, sotto i colpi dell’epidemia”. Questo uno dei passaggi del Rapporto Censis, giunto alla cinquantaquattresima edizione. Il documento ha tra gli obiettivi quello di interpretare i più significativi fenomeni socio-economici del Paese nella fase di eccezionale incertezza che stiamo vivendo.

“L’avanzare della storia incontra – è stato detto – a volte curve drammatiche e inaspettate che mutano radicalmente i paesaggi del vivere, individuale e collettivo. Nella giravolta della storia, la dimensione sociale cessa di essere un luogo da vivere nel quotidiano impegno di ciascuno e si accontenta di una rappresentazione, la realtà si limita a essere un fenomeno da osservare più che uno spazio nel quale ricostruire una stabilità complessiva. La pandemia è uno di questi improvvisi e imprevisti cambiamenti. Il virus ha aggredito una società già stanca.  Provata da anni di resistenza alla divaricazione dei redditi e alla decrescita degli investimenti, incerta sulle prospettive future, con un modello di sviluppo troppo fragile: una società indebolita nel suo scheletro complessivo, ma ancora sufficientemente vitale per resistere e combattere a favore della risalita”.

Guardando un po’ di numeri, “il 90,2 per cento degli italiani è convinto che l’emergenza Coronavirus e il lockdown hanno danneggiato maggiormente le persone più vulnerabili, ampliando le disuguaglianze sociali già esistenti”. Da marzo a settembre 2020 “ci sono 582.485 individui in più che vivono nelle famiglie che percepiscono un sussidio di cittadinanza (+22,8 per cento)” ma 1.496.000 individui (tre per cento degli adulti) hanno una ricchezza che supera il milione di dollari (circa 840.000 euro). Tra questi, 40 sono miliardari e sono aumentati sia in numero che in patrimonio durante la prima ondata dell’epidemia. Tra le altre cose, la didattica a distanza durante la pandemia non avrebbe funzionato bene. “Per il 74,8 per cento dei dirigenti la didattica a distanza ha di fatto ampliato il gap di apprendimento tra gli studenti” mentre “il 95,9 per cento è molto o abbastanza d’accordo sul fatto che la Dad è stata una sperimentazione utile per l’insegnamento”. Senza dimenticare trasporti e lavoro: “Il 37 per cento degli italiani utilizza molto meno di prima i mezzi pubblici, sostituendoli con l’automobile, la bicicletta o spostandosi a piedi quando possibile”. Non solo: “L’82,5 per cento delle Piccole e medie imprese (Pmi) ritiene che in futuro nessun lavoratore potrà operare in regime di smart working. La percentuale scende al 66,4 per cento tra le aziende di dimensioni maggiori (10-49 addetti). Si può stimare che 14 milioni di persone, tra settore privato e impiegati pubblici, opereranno presso le abituali sedi di lavoro e 3,5 milioni con modalità nuove che non prevedono una presenza giornaliera costante”. Inevitabile poi uno sguardo alle festività natalizie: “In vista del Natale e del Capodanno – è stato spiegato – il 79,8 per cento degli italiani chiede di non allentare le restrizioni o di inasprirle. Il 54,6 per cento spenderà di meno per i regali da mettere sotto l'albero, il 59,6 per cento taglierà le spese per il cenone dell'ultimo dell'anno. Per il 61,6 per cento la festa di Capodanno sarà triste e rassegnata. Non andrà tutto bene: il 44,8 per cento degli italiani è convinto che usciremo peggiori dalla pandemia (solo il 20,5 per cento crede che questa esperienza ci renderà migliori)”.

Quest’anno siamo “stati incapaci di visione – hanno proseguito nel rapporto Censis – la distribuzione indifferenziata di bonus e sussidi di ogni ordine e genere ha calmierato le difficoltà di imprese e famiglie. Il blocco dei licenziamenti e la Cassa integrazione in deroga hanno posto un argine al rischio di trasferire sui soggetti più deboli gli effetti della riduzione della produzione. Ma il debito pubblico è stato accresciuto in misura rilevante, ponendo un ulteriore fardello sulle prossime generazioni. Il sentiero di crescita prospettato si prefigura come un modesto calpestio di annunci già troppe volte pronunciati: un sentiero di bassa valle più che un’alta via. E oggi l’attesa si è trasformata in disorientamento, la semplificazione delle soluzioni nell’emergenza è diventata una sottovalutazione dei problemi, il contagio della paura rischia di mutare in rabbia. In tutte le epoche di crisi, la società italiana ha resistito e ha saputo rilanciare grazie a un curioso e originale intreccio dei suoi tessuti costituenti. Ma la realtà odierna ci impone di prendere atto che il Paese si muove in condizioni troppo rischiose per non presupporre una nuova azione sistemica della mano pubblica. Tutti avvertono che per rimettere in cammino l’economia e risaldare la società occorrono interventi concreti e in profondità”.

“Andare, in fretta. Ma verso dove? In primo luogo – è stato spiegato – verso un nuovo schema fiscale, perché non sono più tollerabili le distorsioni che pongono a carico degli onesti l’illegalità degli evasori. Mentre una riduzione generalizzata e indistinta delle tasse non appare, almeno nel breve periodo, un obiettivo coerente con la dimensione del debito pubblico e con gli impegni a sostegno del reddito e della crescita. In secondo luogo, un ridisegno del sistema industriale e un ripensamento della qualità degli investimenti a sostegno della produzione, dell’innovazione, delle esportazioni appare prioritario, uscendo dall’indistinto aiuto a tutti, dall’impegno al ristoro come sussidio generalizzato, riconducendo invece in una politica industriale percorribile la pletora di microinterventi già decisi o in via di approvazione. A questa rimodulazione sistemica delle uscite per le imprese è poi funzionale un nuovo assetto della ricerca scientifica e del trasferimento tecnologico. In terzo luogo – hanno aggiunto – è necessario un ripensamento strutturale dei sistemi e sottosistemi territoriali. Il dibattito sul Mezzogiorno affonda precipitosamente e si impone la nuova questione settentrionale. Se da un lato le regioni settentrionali sono esposte al rischio di diventare una periferia a minore valore aggiunto dei sistemi produttivi nordeuropei, dall’altro sono poste nelle condizioni di cogliere tutte le opportunità che il nuovo quadro dell’industria europea va configurando”.

In ultimo, la postilla: “L’anno che si va chiudendo obbliga a rivedere le attribuzioni di ruolo, identità, funzioni e responsabilità dei soggetti del terzo settore: un po’ attori e progettisti dell’intervento sociale, un po’ ammortizzatori dell’inefficienza pubblica. Nel timore e con cautela, il nostro Paese aspetta e sa di avere risorse, competenze, intuizione ed esperienza per ricostruire i sistemi portanti dello sviluppo. Sa che dal suo geniale fervore traspira rapido il nuovo. Attende di sentire, quando dopo le lacrime altro non si avrà da offrire che fatica e sudore, il richiamo a rimettere mano al campo, senza volgersi indietro, guardando e gestendo il solco, arando diritti”.