Il dibattito contemporaneo sul controllo digitale

L’emergenza sanitaria globale ha identificato come necessità economica l’emergere di soluzioni lavorative digitalizzate, dando un rilancio globale alla tematica dell’automazione, della robotizzazione, dello smart working e delle nuove modalità occupazionali in coworking. Una rivoluzione digitale che, dall’agricoltura ai servivi della pubblicazione amministrazione, ha scatenato una metamorfosi globale, una corsa alle nuove dinamiche digitali e alla valorizzazione dell’impresa 4.0. Tuttavia, le nuove visioni della digitalizzazione hanno scatenato anche derive autoritarie e nuove formule postmoderne di controllo e sorveglianza dell’individuo. In un clima di paura e incertezza sono state introdotte misure che prima sarebbero sembrate inconcepibili e che avrebbero probabilmente dovuto scontrarsi con una concreta opposizione pubblica, delle organizzazioni giuridiche e per la tutela dei diritti civili. Un’emergenza che ha avviato processi istituzionali di carattere politico e di controllo sociale che vede la comunità internazionale interrogarsi sugli strumenti digitali e innovativi e sulla loro adeguatezza rispetto alla lotta contro la pandemia e all’equilibrio tra diritti e controllo, tra sicurezza e libertà. Per le autocrazie, il web si è spesso rivelato uno strumento ideale per sviluppare forme di “autoritarismo digitale”. I regimi autoritari possono insegnare poiché hanno storicamente adottato un approccio diverso nei confronti del cyberspazio rispetto a molte democrazie occidentali.

Tuttavia, la preoccupazione di carattere internazionale è legata ai processi che vanno avviandosi soprattutto nell’Occidente e nel mondo europeo. Nelle democrazie il fenomeno della sorveglianza di massa si sta diffondendo sempre di più tra le forze di sicurezza. I dati raccolti da Freedom House hanno sviscerato una tendenza autoritaria emergente con un numero delle restrizioni alle libertà politiche e civili a livello globale che è cresciuto in maniera rilevante nel corso degli ultimi anni. Il monitoraggio e i controlli attraverso i droni sono stati introdotti in Belgio, Croazia, Francia, Grecia, Ungheria, Polonia, Spagna, Turchia e nel Regno Unito. Tale controllo risulta utile alle istituzioni per verificare il rispetto delle norme del confinamento e del distanziamento sociale dei civili. La polizia bulgara è stata in grado di richiedere e di ottenere informazioni da operatori telefonici e da gestori Internet sulle comunicazioni private di cittadini e per monitorare quelli in quarantena. Le autorità possono rintracciare la posizione attuale dei cittadini e vedere con chi hanno parlato e quali siti Internet sono soliti visionare. L’idea dell’emergere di un autoritarismo digitale è un allarme che lanciano numerose Ong e molte forze politiche tentano di comprendere come inserire nel tessuto sociale sistemi di incentivazione e punizione abilitati dalla tecnologia, come il sistema di credito sociale cinese, che istituzionalizza il trasferimento di dati tra società tecnologiche private e agenzie governative in modo da consentire solo ai cittadini conformi di partecipare vita della società e alla crescita dell’economia.

Non va sottovalutato che le aziende cinesi hanno esportato tecnologie di sorveglianza in tutto il mondo: Etiopia, Sudafrica, Bolivia, Egitto, Ruanda e Arabia Saudita. Seguendo tale modello, numerose aziende russe hanno esportato tecnologie di intercettazione e sorveglianza in diversi paesi del mondo centro asiatico. La repressione digitale non solo riduce la probabilità che si verifichi una protesta, ma riduce anche le probabilità che un governo affronti importanti e prolungati sforzi di mobilitazione, come le proteste delle “maglie rosse” in Tailandia nel 2010 o quelle anti–Mubarak e antimilitari in Egitto nel 2011. Il Paese che ha saputo utilizzare al meglio le tecniche innovative di controllo digitale è la Cina. Nessun regime ha sfruttato il potenziale repressivo dell’Ia come la Cina. Il Partito Comunista Cinese raccoglie un’indecifrabile quantità di dati di individui ed aziende. Estratti di conti correnti bancari, cronologie di acquisti, preferenze di mercato online, ricerche online, precedenti penali e cartelle cliniche. Il regime utilizza l’Ia per analizzare tali informazioni e compilare report sull’affidabilità del cittadino alle regole dello Stato, cercando di utilizzare e impostare parametri di comportamento accettabili e rafforzare la sorveglianza digitali. Gli individui o le società ritenute “non amiche” possono essere esclusi dal godimento di servizi forniti dallo Stato, come affittare un appartamento, oppure ricevere il divieto di viaggiare e prendere un aereo. L’emergenza sanitaria ha accentuato i progressi nell’analisi di big data e nelle tecnologie decisionali e nel futuro si prevede una migliore capacità del regime di attuare un controllo preventivo.

In conclusione, l’intelligenza artificiale, la digitalizzazione e l’automazione dei servivi permettono ai processi economici e commerciali di ottimizzare i processi, migliorando la vita dei cittadini e delle comunità, ma hanno rafforzato la morsa dei regimi autoritari e offuscato il percorso dei diritti nelle attuali democrazie. La repressione digitale sempre più intensa in Paesi come la Cina offre una visione inquietante della continua espansione del controllo sociale e istituzionale, riuscendo a sorvolare il limite giuridico della limitazione alle libertà individuali. Il futuro economico e le nuove formule occupazionali rappresentano una speranza per un avvenire sostenibile e adatto all’individuo, ma le preoccupazioni legate al controllo statale tornano ad essere una priorità da affrontare, monitorare e bilanciare con la forza del diritto internazionale.