Diritti delle donne musulmane: due passi importanti compiuti in Italia

In questi giorni in Italia sono stati raggiunti due importanti risultati per quanto riguarda i diritti delle donne musulmane.

Il 28 aprile, la Procura della Repubblica del capoluogo umbro ha annunciato, al termine di indagini preliminari, che potrebbe essere processato un cittadino marocchino, El Abdelilah El Ghoufairi, 40enne, che obbligava la moglie, Salsabila Mouhib, 33 anni, ad indossare il velo integrale, minacciandola e picchiandola. Si profila un’accusa di maltrattamenti in famiglia e violazione degli obblighi di sussistenza continuati.

È arrivata prima la giustizia del Regno del Marocco, dove la Corte d’appello di Marrakech ha comminato all’uomo 8 mesi di carcere per violazione degli obblighi famigliari. All’uomo era stato imposto di versare 764mila dirham di alimenti; siccome lui aveva dichiarato di non averli, è stato condannato.

Salsabila, che ha tre figli, rispettivamente di 6, 5 e 3 anni, era stata lasciata dal marito nel Paese d’origine nel dicembre del 2019 senza documenti e mezzi per sopravvivere. Tuttavia non si era arresa e denunciato il coniuge, si legge nell’inchiesta, a firma del pm Franco Bettini.

In seguito aveva destato un ovvio indignato scalpore, il fatto che nel novembre del 2021, la denuncia di Salsabila fosse stata respinta, con la motivazione che “la condotta di costringerla a tenere il velo integrale rientra, pur non condivisibile in un’ottica occidentale, nel quadro culturale di soggetti interessati” e che “la querelante non aveva mai chiesto aiuto agli assistenti sociali di Tuoro con cui aveva comunque contatti”. Il rapporto di coppia, aggiungeva il magistrato, “è stato influenzato da forti influenze religiose-culturali alle quali la donna non sembra avere avuto la forza o la volontà di ribellarsi”.

Tuttavia Salsabila aveva denunciato: si era ribellata! Cos’altro avrebbe dovuto fare contro quel marito violento? Poi si ha un bel dire e ridire che una donna deve denunciare le violenze (e deve comunque trovare il coraggio di farlo!), se poi le risposte sono queste (vedi come troppo spesso capita anche alle vittime non solo musulmane di femminicidio)! In più qui ci sono i soliti relativismo, multiculturalismo, islamicamente e politicamente corretto davanti ai quali la giustizia e magari una certa parte politica tendono a fermarsi.

Del caso se n’era occupata l’Associazione delle comunità delle donne marocchine in Italia (Acmid – Donna Onlus), presieduta da Souad Sbai, giornalista ed ex parlamentare, membro dell’Osservatorio per la parità di genere del ministero del Cultura. Poi della faccenda si era interessato il procuratore capo di Perugia, Raffaele Cantone, il quale aveva chiesto la revoca dell’archiviazione. Questo perché aveva approfondito la situazione e aveva compreso il clima di paura, di segregazione ed isolamento in cui Salsabila era costretta a vivere, in più temendo che i servizi sociali le sottraessero i suoi bambini.

La denuncia infatti è arrivata quando questi ultimi erano stati affidati dalla madre alla nonna materna in Marocco. Salsabila ha raccontato ciò che le faceva il marito: quando usciva, la chiudeva in casa; le vietava di parlare con la gente e le uniche volte che le permetteva di mettere il naso fuori, erano per recarsi in ospedale o dal medico. Poi c’erano le botte: per esempio era capitato che il padre dei suoi figli l’avesse picchiata, perché non si era alzata alle 4,30 del mattino a preparargli la colazione.

Souad Sbai ha sottolineato su Libero Quotidiano, che “dall’Umbria e dalla Toscana ci arrivano tante richieste di aiuto e – ha precisato – noi non lasciamo indietro nessuna delle donne che denunciano le violenze dei loro uomini”.

In attesa di sapere se la vicenda di Salsabila avrà una felice conclusione, è arrivata una buona notizia da Torino: un 40enne marocchino, imam, è stato condannato a due anni e tre mesi di reclusione per maltrattamenti famigliari, perché anche lui negava alla moglie ogni minima libertà: dal modo di vestire (anche lei era costretta ad indossare il velo integrale), al mangiare in presenza di altri uomini (lei doveva farlo da un’altra parte), al guardare la televisione. Doveva dedicarsi solo al marito, ai loro due figli e alla casa. I tentativi di ribellione erano puniti con insulti e talvolta botte.

La donna, nel 2015, era tornata in Marocco, dopo poco tempo aveva tentato invano di fuggire in Spagna ed era stata riportata in Italia. Dopo la nascita dei bambini, le violenze da parte del marito, erano riprese.

L’uomo ha negato ogni addebito e il suo avvocato, Federico Schettini, ha annunciato che ricorrerà in appello, accogliendo le testimonianze degli amici dell’imputato e minimizzando il risultato di un referto medico. L’avvocato dell’imam ha affermato: “Una cosa sono i maltrattamenti, un’altra gli aspetti culturali (come se la cultura il giustificasse, anzi, impedisse di vederli, ndr). Anche mangiare in disparte, gli uomini separati dalle donne – ha proseguito il legale – non possono essere considerate condotte illecite” (sempre perché “è la loro cultura”). Invece la pm Barbara Badellino, ha fatto leva proprio sulla cultura per la sentenza: “Si tratta di uomini, in particolare di mariti, che hanno mostrato lo stesso imprinting culturale: le loro dichiarazioni sono poco attendibili”. Insomma, la cultura non più giustificare la violenza.

Soddisfazione per le sentenze è stata ovviamente espressa da Souad Sbai, che su Twitter, riportando in breve la notizia, ha ringraziato la pm Badellino e ha commentato “finalmente giustizia fatta per le donne musulmane”. Ora si vada avanti così, anche perché come sottolinea sempre Sbai il velo integrale non c’entra nulla con l’Islam (è arrivato successivamente) e comunque “non c’è costrizione nella religione” (Corano, 2:256).