Cibo amaro: spesa alle stelle per l’import

Un vortice in moto perpetuo. La crescita – ormai record – dei costi energetici pesa come un macigno pure sulla spesa per importare dall’estero bevande e cibo. Un aumento di valore, in concreto, del 31 per cento per l’acquisto di una quantità maggiore dell’8 per cento.

I dati sono portati alla luce da Coldiretti, che analizza gli effetti del caro prezzi sulla scorta dei dati legati al commercio estero, forniti dall’Istat, nei primi cinque mesi dell’anno. L’associazione, in sintesi, fa notare che l’aumento della dipendenza alimentare dall’estero spinge i rincari dei prodotti agroalimentari al consumo. Non solo: l’inflazione record potrebbe portare un italiano su due (il 51 per cento) a diminuire la spesa nel carrello. In più, un 18 per cento della popolazione, secondo una indagine della stessa Coldiretti, sostiene di aver ridotto la qualità degli acquisti, con un orientamento verso i prodotti low cost (per arrivare con un pochino di ossigeno a fine mese). Il 31 per cento dei cittadini, di contro, non avrebbe cambiato le consuete abitudini di spesa.

Però, poi, c’è da fare i conti – in tutti i sensi – con l’aumento degli arrivi dall’estero. A tal proposito, non è da escludere un possibile abbassamento degli standard, sia di qualità che di sicurezza alimentare. Coldiretti, difatti, precisa che il nostro Paese si trova costretto a importare “a causa dei bassi compensi riconosciuti agli imprenditori agricoli, perché si è preferito fare acquisti speculativi approfittando dei bassi prezzi nei mercati internazionali”.

Ettore Prandini, presidente dell’associazione, commenta: “Occorre invertire la tendenza e lavorare per accordi di filiera tra imprese agricole e industriali, con precisi obiettivi qualitativi e quantitativi”. Senza dimenticare i “prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione come prevede la nuova legge di contrasto alle pratiche sleali e alle speculazioni. Bisogna intervenire, per contenere il caro energia e i costi di produzione con misure sia immediate, per salvare aziende e stalle, sia strutturali, per programmare il futuro”.

Ma i mali, si sa, non vengono mai da soli. Da una parte lievitano i prezzi delle famiglie, dall’altra l’innalzamento dei costi investe a valanga la filiera agroalimentare, a cominciare dalle campagne. Secondo quanto denunciato da Coldiretti, un’azienda agricola su 10 (13 per cento) “è in una situazione così critica da portare alla cessazione dell’attività ma ben oltre un terzo del totale nazionale (34 per cento) si trova a lavorare in una condizione di reddito negativo per effetto dei rincari, secondo il Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, ndr). In agricoltura si registrano, infatti, aumenti dei costi che vanno dal +170 per cento dei concimi al +90 per cento dei mangimi” fino “al +129 per cento per il gasolio”.