L’Emirates Red Crescent costruisce, l’Iran distrugge

Il conflitto nello Yemen si protrae tragicamente da oltre tre anni, ma è possibile intravedere la direzione positiva che il Paese potrà prendere nel prossimo futuro quando la crisi sarà terminata. A tracciare questa direzione è l’Emirates Red Crescent, l’organizzazione appartenente alla Federazione Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa attraverso cui gli Emirati Arabi Uniti continuano a condurre la loro vasta campagna umanitaria a sostegno della popolazione civile yemenita. Dal 2015, infatti, dall’inizio delle operazioni della Coalizione che gli Emirati Arabi Uniti guidano insieme all’Arabia Saudita a sostegno del governo e dell’esercito yemenita, l’Emirates Red Crescent è impegnata in una massiccia campagna a sostegno della popolazione nelle zone liberate dall’occupazione delle milizie sciite Houthi finanziate e armate dal regime khomeinista iraniano, con la sponda del Qatar e della Fratellanza Musulmana locale (il partito Al Islah).

Distribuzione di tonnellate viveri, vestiario e altri beni di prima necessità; progetti nel settore della sanità, dell’educazione, dello sviluppo economico, della giustizia, delle telecomunicazioni, dell’energia, dell’acqua e dell’ambiente; ricostruzione d’infrastrutture, tra cui strade, porti e aeroporti: l’Emirates Red Crescent è stata finora l’alleato in più degli yemeniti, travolti dall’occupazione degli Houthi che ha causato la gravissima crisi umanitaria in corso. Se gli Houthi e i loro mentori iraniani hanno mai davvero pensato di riuscire a portare la popolazione dalla propria parte, l’aver ostacolato a più riprese l’accesso agli aiuti umanitari delle Nazioni Unite e di organizzazioni come l’Emirates Red Crescent e del King Salman Humanitarian Aid and Relief Centre, ha certamente accresciuto l’ostilità nei loro confronti. Questo è tanto più evidente a Sana’a, dove il malcontento per la mancanza di cibo e carburante è salito alle stelle dopo che le milizie sciite hanno bloccato l’apertura di un corridoio umanitario tra la capitale occupata e le zone costiere liberate durante la controffensiva dell’esercito nell’importante città portuale di Hodeida.

Da Sana’a ci giunge l’eco della “Rivolta della fame” che bolle nella pentola di una popolazione sempre più stremata. Ma la risposta degli Houthi non è appunto quella di favorire l’arrivo di aiuti, né tantomeno il raggiungimento di una soluzione negoziale con il governo che ripristini sicurezza e stabilità. Al contrario, gli Houthi hanno finora letteralmente boicottato i colloqui di pace promossi dalle Nazioni Unite, portando al collasso l’economia yemenita: il saccheggio della banca centrale è infatti servito ad alimentare lo sforzo bellico, che comprende anche l’installazione d’infrastrutture militari in aree urbane, tra la popolazione civile, in sostanza utilizzata come scudo umano, così da rendere le operazioni del nemico non solo più difficoltose ma spesso anche più onerose dal punto di vista della ricaduta mediatica. D’altro canto, ciò rende ancor più significativi i graduali passi avanti nella liberazione dei territori occupati effettuati dall’esercito e dalla Coalizione.

Ad oggi, 4 miliardi di dollari sono stati impegnati da Abu Dhabi nella campagna umanitaria nello Yemen, 1.24 miliardi dollari solo nel 2018, secondo fonti del governo emiratino. Gli Emirati Arabi Uniti, inoltre, sono il secondo paese contributore dello Humanitarian Response Plan delle Nazioni Unite dopo l’Arabia Saudita. Abu Dhabi e l’Emirates Red Crescent proseguono così nell’opera di ricostruzione e assistenza, di cui finora hanno beneficiato oltre 500 mila yemeniti. Ma i Pasdaran iraniani continuano a dispensare finanziamenti ai correligionari Houthi per la distruzione dello Yemen.