Cina, Iran e Venezuela: il petrolio come sfida agli Usa

Il sistema statunitense di sanzioni e restrizioni comincia a perdere colpi: la China Concord Petroleum Co (Ccpc), una compagnia cinese che si occupa di logistica e trasporti, è recentemente emersa come uno degli attori principali nell’esportazione di petrolio sanzionato dal Venezuela, nonostante sia stata inserita nella lista nera di Washington già due anni fa per i suoi rapporti con l’Iran.

Secondo le testimonianze raccolte dalla Reuters, la Ccpc è entrata in contatto con Caracas già l’anno scorso, grazie ad accordi per il rifornimento di piccole raffinerie cinesi note come teapots. In aprile e maggio 2021, stando ai documenti della Pdvsa (una compagnia petrolifera statale venezuelana), le navi della Ccpc hanno trasportato petrolio per un valore totale di 445 milioni di dollari, pari al 20 per cento dell’export totale di greggio venezuelano per quei due mesi.

Fonti della Ccpc, della Pdvsa e del Governo venezuelano non hanno ancora commentato queste rivelazioni. Rappresentanti del Governo di Pechino si sono limitati ad affermare la totale legittimità dei rapporti commerciali che la Cina intrattiene con Iran e Venezuela, oltre a riconfermare la forte opposizione della Repubblica popolare al sistema di sanzioni unilaterali imposte dagli Stati Uniti a compagnie o singole personalità.

La Ccpc, che rifornisce solamente sei teapots, è una realtà piccola se comparata alla mole totale di greggio e carburante che la Cina importa da Iran e Venezuela, nonostante la notevole riduzione dovuta alle sanzioni imposte ai due paesi. Dal Paese centro-asiatico, Pechino ha importato una media di 557mila barili al giorno tra novembre 2020 e aprile 2021. Circa nello stesso periodo, dal Venezuela è stata importata una media di barili al giorno pari a 324mila, circa il 60 per cento del petrolio esportato in quei mesi dal Paese latino-americano.

Volumi di questo genere fanno intendere come la strategia di Washington sia, in conclusione, fallimentare. Tutt’al più, essa porta alla creazione delle cosiddette “assi di resilienza”, definizione utilizzata da Julia Friedlander, membro dell’Atlantic council’s geo-economic center. Secondo l’analista, gli affari di Teheran e Caracas con la Ccpc e, più in grande, con la Cina, dimostrano “che vi sono limitazioni sull’efficacia delle sanzioni Usa, specialmente se vengono bersagliati gruppi o individui singoli con mentalità simili, come i petrolieri”.

Iran e Venezuela non sono nuovi all’utilizzo di strategie per superare i blocchi e le difficoltà imposte dalle sanzioni, come trasferimento del carico da una nave ad un’altra, utilizzo di società fantasma e intermediari che operano all’esterno della sfera finanziaria americana.

Il problema, per Washington, non è tanto di natura economica quanto politica. È evidente, infatti, che la Cina si stia imponendo sempre di più come l’alternativa, in uno scenario che riporta alla mente i due blocchi della Guerra Fredda. La politica di embarghi e sanzioni statunitense non fa che spingere sempre più Paesi tra le braccia del gigante asiatico che, facendo sentire tutto il suo peso economico anche in Venezuela, sembra sempre più vicino ad entrare in quello che gli Usa possono definire il cortile di casa, ovvero l’Atlantico e gli Stati latino-americani.