Afghanistan: delegazione dei talebani accolta in Cina

“Il fallimento della politica americana”: queste sono le gelide parole usate ieri del ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, per descrivere il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan, pronunciate durante la visita di una delegazione dei talebani a Tianjin. Un doppio schiaffo agli Usa, visto che, nella stessa città, è stata ospitata pochi giorni fa la vicesegretaria di Stato, Wendy Sherman.

“Politica, economia e problematiche legate alle sicurezza di entrambi i Paesi e la situazione attuale in Afghanistan e il processo di pace sono stati discussi durante la visita” ha twittato il portavoce dei talebani, Mohammed Naeem, aggiungendo che la delegazione ha assicurato che il movimento islamico non concederà a nessuno di usare il territorio afghano contro la Cina. Da parte sua, il ministro Wang Yi ha detto che “tutte le fazioni dovrebbero unirsi, promuovere il processo di pace per avere risultati sostanziali quanto prima e stabilire in modo indipendente una struttura politica ampia e inclusiva”.

In particolare, proprio i talebani dovranno svolgere un ruolo di primo piano “nel processo di pacificazione e ricostruzione dell’Afghanistan” e la Cina “ha riconfermato il suo impegno nel continuare l’assistenza al popolo afgano”, senza però intervenire direttamente sul territorio. Il ministro ha aggiunto che spera nell’aiuto dei talebani per reprimere il Movimento islamico del Turkestan orientale, un gruppo estremista che, secondo le autorità cinesi, opera nella regione dello Xinjiang.

 

Questa visita è l’ultima di una serie di missioni indirizzate alle varie potenze dell’area. Nelle scorse settimane, i talebani hanno inviato delegazioni anche in Iran e Russia. È evidente il loro tentativo di ottenere riconoscimento a livello internazionale, dopo una ventina d’anni passati sulla lista nera dei movimenti terroristici. Il fatto che, a oggi, controllino circa metà dell’Afghanistan e diversi punti strategici lungo i suoi confini, rende impossibile discutere del futuro del Paese senza prenderli in considerazione come un attore di primo piano. Il movimento stesso, tramite i suoi rappresentanti, ha tenuto a sottolineare che, se dovesse ritornare al potere, “tratterà bene i civili e non permetterà che il Paese diventi una base per il terrorismo internazionale”.

Un tentativo di passare per i “buoni” contro un Governo corrotto ed incapace di garantire stabilità alla Nazione? Possibile, considerando la loro passata esperienza di dominio non certo pacifico e amorevole (1996-2001). Per non parlare degli innumerevoli rapporti di rapimenti e massacri di civili nelle aree conquistate nell’ultimo periodo, fatti ovviamente negati dal movimento islamista.

La reazione americana a questi incontri e alla situazione in Afghanistan è stata a dir poco tiepida: il segretario di Stato, Antony Blinken, in visita in India, ha definito “una cosa positiva” il tentativo di Pechino di promuovere il processo di pace e la creazione di un Governo afghano “rappresentativo ed inclusivo”, oltre ad esprimere preoccupazione per l’escalation degli attacchi ai civili. Certo, dopo il frettoloso ritiro dall’Afghanistan e l’evidente fallimento della missione ventennale, l’Amministrazione Biden deve riguadagnare un po’ di credibilità e trovare il modo di dare un senso alle vite e al denaro sprecati nel Paese centro-asiatico, prima di poter tornare a svolgere un ruolo di primo piano nell’area. L’aver abbandonato al suo destino il fragile Governo afghano di certo non ha giovato all’immagine degli Usa e i raid aerei, con cui tentano di assistere le forze regolari, non sembrano sufficienti a fermare l’inarrestabile avanzata dei talebani.

La Russia, da parte sua, continua il rafforzamento della base in Tagikistan, con esercitazioni che coinvolgeranno, tra il 5 e il 10 agosto, più di mille soldati russi, forze tagike e uzbeke. Il ministro della Difesa, Sergej Šojgu, ha affermato che i combattenti dello Stato islamico si stanno muovendo in Afghanistan e ha definito “seriamente organizzato” il loro arrivo da Paesi come la Libia e la Siria. È da notare, però, il fatto che Mosca veda di buon occhio la presenza dei talebani ai confini dell’Afghanistan, poiché ostili a gruppi estremisti considerati più pericolosi.

Restiamo in attesa di ulteriori sviluppi della situazione, anche se la sopravvivenza del Governo di fabbricazione americana è ormai appesa ad un filo. Se Russia e Cina decidessero di supportare attivamente i talebani (visti, a quanto sembra, come il male minore), quel poco che rimane dell’influenza Nato nel Paese verrebbe spazzata via. Chissà come la prenderanno i vertici dell’esercito Usa e le migliaia di veterani tornati in Patria da una missione fallita e abbandonati a loro stessi da un’Amministrazione che sembra sleepy quanto il suo presidente.