“Il Visitatore”, applausi   ad Haber e Boni

"Dio esiste?". Freud vi direbbe di "No!": perché la fede non si nutre di prove, ma di se stessa; perché il mondo non è assurdo, ma misterioso! Infatti, tutta la sua opera è ispirata all'uomo per l'uomo, come il Barone di Münchhausen, che si teneva sospeso per i capelli. Ma, alla fine della sua vita, l'annoso dubbio amletico torna a visitarlo, in quel drammatico marzo 1938 dell'Anschluss (annessione dell'Austria alla Germania nazista). Proprio mentre sotto le finestre del suo studio, in Berggstrasse n. 19, sfilano le truppe d'occupazione tedesche, il cui passo cadenzato è accompagnato dalle coreografie e dai canti militari, che resero famosi e lugubremente belli i fasti hitleriani.

Al Teatro Quirino di Roma va in scena Il Visitatore (fino al 7 dicembre), per la regia di Valerio Binasco e testo di Éric-Emmanuel Schmitt, e che ha come impagabile protagonista un istrionico e affascinante Alessandro Haber, nella parte di un Freud gravemente malato, con il respiro strangolato dal male che lo afferra alla gola; malfermo sulle gambe, perennemente incurvate ad arco e tremolanti; mentre anche il più timido dei gesti della sua mano destra appare arrendersi al tremito parkinsoniano. La scena di apertura vede il padre della psicanalisi in compagnia della figlia più giovane, Anna (Nicoletta Robello Bracciforti), che non vuole saperne di andare a riposare, presentendo l'orrore della tragedia storica, che sta per avvolgere in un immane sudario biblico l'intero popolo di Israele.

Anna implora e supplica il padre di firmare l'accettazione del salvacondotto (ottenuto attraverso la mediazione dell'Ambasciata americana), per espatriare in Francia e, di lì, in Inghilterra, dove Sigmund morirà appena un anno dopo, a pochi giorni dall'inizio della Seconda guerra mondiale. Freud resiste, perché razionalmente non vuole e non può abbandonare a un destino atroce di persecuzione la sua stessa gente. O, forse, soltanto perché non riesce a credere nel Male globale, quel Black Hole dell'evo contemporaneo, in cui è destinata a scomparire l'intera luce dell'intelligenza. E Anna solleva, allora, con inaudita forza espressiva, la pesante cortina del genocidio incombente, enumerando all'attonito padre le atrocità già commesse sui concittadini ebrei, delle quali è stata testimone diretta, dopo che le SS si sono scatenate nella caccia al giudeo, lungo le strade di Vienna. Ma, se nomini il Diavolo, lui non si fa mai attendere: ora, ha il volto e l'espressione feroce di un fanatico caporale della Gestapo, che bussa violentemente all'uscio di casa Freud, per l'ennesima, inutile, quanto minacciosa perquisizione nello studio del maestro. Perché nei libri -recitano i cultori del buio cosmico- ci sono sempre verità nascoste, appunti sovversivi, incitazioni alla rivolta contro la purezza della razza.

E, tuttavia, poiché nella psicanalisi v'è tutto il disagio mentale dell'umanità folle, nulla di specifico può essere rinvenuto tra quelle pagine dal banale inquisitore terreno. Nulla, che non appartenga a quel tratto generale, in cui confluiscono e si accumunano tutte le devianze, generate dall'unica fonte di una Mente che prova, disperatamente, a riflettere su se stessa, senza l'aiuto di Dio. E Anna che, come una furia, non sa resistere a inondare di tutto il suo disgusto il fanatico e corrotto caporale, trapassandolo con una furia di parole, attraverso un'efficace psicanalisi di prima approssimazione, urlata come un atto liberatorio, e tesa a dipingerne tutto lo squallore esistenziale. Perché quel soldatino fanatico, uomo completamente fallito come tanti, trova nella potenza surrogatoria della divisa e delle armi la maschera e l'alibi alla sua impotenza sessuale e all'omosessualità latente. Con il risultato scontato e voluto, di essere trascinata a viva forza in una delle tante spelonche della Gestapo. Perso nella sua solitudine, preoccupato oltre il limite per le sorti della figlia, Sigmund richiama angosciato l'Ambasciatore americano Vienna, affinché interceda per la salvezza di Anna.

Ma, come lo spazio vuoto non è mai tale, essendo (grazie alle teorie di altri geniali fisici ebrei) un luogo di creazione-annichilamento di particelle e antiparticelle, ecco materializzarsi, all'improvviso, il divino, sotto le sembianze di un bellissimo uomo (Alessio Boni). All'inizio, sembrerebbe il suo Doppio, così ben informato su certi, acuti e devastanti dettagli della prima infanzia di Sigmund, quando scoprì di essere solo e circondato da un mondo ostile. Poi, mano a mano che i dialoghi si addensano, diventando sempre più analiticamente filosofici, scopriamo che potrebbe trattarsi di un folle che si vanta di essere il dio incarnato, che non vuole convertire, quanto sfidare il Maestro della Mente, mettendone in crisi le più profonde convinzioni sulla negazione della sua esistenza. In fondo, non è forse la sofferenza indicibile e intollerabile che ci spinge a ricercare e invocare il soprannaturale? Se trovassimo razionalmente l'elisir di lunga vita, cercheremmo ancora il miracoloso conforto di Dio?

Perché, Dio sarà pure imputabile di tollerare tutto il Male del mondo, per aver concesso alla lebbra nazista di inondare di sangue la Terra, ma è anche colui che dice: "L'Uomo ha fatto tutto da sé, perché gli è stata concessa la libertà di fare". Oppure, il dio folle si racconta come l'Essere immortale che si annoia della sua immortalità, non esitando a meravigliarsi del genio di Mozart! Il secondo ingresso del caporale nazista (nell'ottima interpretazione di Alessandro Tedeschi) è da manuale freudiano: il proverbiale ricattatore e manipolatore in grigioverde, a sua volta preso in trappola e ricattato da un Freud che -ispirato dal divino pazzo - lo prende per il naso, mostrandogli una foto di famiglia, sorta di specchio magico, con il potere di riflettere il soma dell'ebreo che è in lui, nascosto a fatica sotto il cappello con l'aquila uncinata. Bellissimo il duetto serrato, senza pause e respiro, tra l'apostata dei sogni e lo sconosciuto intruso (un Boni da applausi a scena aperta!), che psicanalizza il maestro della psicanalisi per distillarne la certezza dal dubbio, l'affermazione dalla negazione. Insomma: un teatro vero, intenso, come non se ne vedeva da tempo!