Teatro e detenzione, l’Inferno nella città

Teatro e carcere nella Città Eterna, un rapporto che lascia preziose immagini di testimonianza. Prima c’è stato il film Cesare deve morire dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani (Orso d’oro al Festival di Berlino 2012), poi il documentario Decennale - Compagnia dei Liberi Artisti Associati 2004-2014 e ora, all’interno della Festa del Cinema di Roma, lo spettacolo “Dalla città dolente”, oggi in scena all’Auditorium del carcere di Rebibbia e per la prima volta al mondo proiettato in live-streaming all’Auditorium del Maxxi. Ne parliamo con l’attore, regista, autore, scenografo e produttore Fabio Cavalli, che di questa esperienza è stato il fondatore.

Come descriverebbe in breve il viaggio di Liberi Artisti Associati?

Siamo partiti più di quindici anni fa con una compagnia, ora ce ne sono tre con quasi cento detenuti coinvolti tra musica, teatro, cinema e letteratura. E funziona, sia per il pubblico interno che per i romani - diecimila l’anno scorso - che varcano le soglie del carcere per assistere agli eventi. Da quest’anno Rebibbia è diventata la terza sala della Festa del Cinema di Roma con tre giornate di proiezioni, e adesso portiamo in scena questo spettacolo tratto dall’Inferno di Dante Alighieri.

Qual è stato il percorso di costruzione che ha portato a Dalla città dolente?

Insieme ai detenuti cerchiamo di raccontare cos’è veramente un inferno. Diciamo che il carcere è un purgatorio che, attraverso l’istruzione, il lavoro, la cultura, può servire a dare una seconda opportunità. Abbiamo scelto una decina dei canti più significativi, tra l’altro tradotti da grandi poeti nei dialetti italiani come il calabrese di Salvatore Scervini o il napoletano di Matilde Pierro Donnarumma. Proviamo a ridere e commuoverci sul destino di chi è stato condannato, immaginando che al tempo di Dante colpa e pena fossero la stessa cosa. Oggi, in un mondo laico, la pena non è quella divina ma umana, del diritto.

La Bellezza, l’Arte, la Cultura come strumenti di liberazione?

Sostanzialmente la differenza tra il dentro e il fuori la fa la Cultura, il sapere. In questi anni, facendo anche attività nelle scuole, ho incontrato tanti ragazzi che magari da Centocelle non sono mai andati a vedere il Colosseo. È un peccato. Bisogna sapere, guardare con occhi capaci di comprendere la Bellezza, e quello che tentiamo di fare è portarla qua dentro, dove sembra che non esista. Invece esiste, perché esistono i cuori degli uomini e, per quanto male abbiano potuto fare, dentro c’è sempre un grano di buono. Si cerca di metterci la terra intorno e far germogliare una pianta. Tant’è che poi il tasso di recidiva tra coloro che fanno arte, cultura, università in carcere è molto basso, sotto il 10 per cento, mentre mediamente - in Europa - è tra il 60 e il 70 per cento.

La compagnia, negli anni, è stata attraversata da centinaia di detenuti, diversi dei quali, una volta usciti, hanno trovato altre strade da intraprendere.

Da quando esiste Facebook riusciamo a seguirci anche una volta fuori, l’attore detenuto che ha lavorato con te, quando riacquista la libertà, ti scrive. Molti di loro sono tornati dentro per lavorare con noi da uomini liberi e diversi stanno facendo una carriera in televisione, al cinema o da autori di romanzi premiati. Però non illudiamoci: non è che il carcere sforni artisti, si fa un’attività che assomiglia a quella che fanno i ragazzi quando vanno a scuola e cominciano a imparare le cose belle. Il problema è che quando hai 40-50 anni non ti piace tanto sederti in un banco di scuola a fare quello che da bambino non hai voluto o potuto; quindi ci sono modi diversi per trasferire la Bellezza e il sapere, e in questo il teatro è fondamentale.

L’Auditorium di Rebibbia, con i suoi 400 posti, è uno tra i teatri più affollati della città.

Come afflusso di pubblico, siamo intorno al sesto, settimo posto tra i teatri romani, e con una serie di problematiche legate al fatto che ci si deve iscrivere alla lista dei partecipanti e farsi una mezz’ora di fila sia per entrare che per uscire. Però la gente lo fa volentieri, il teatro è sempre pieno. Ora le difficoltà di gestione si sono fatte più complesse, perché noi non possiamo far pagare un biglietto d’ingresso, e quindi se le istituzioni pubbliche non ci danno una mano si rischia sempre di chiudere. Però, quest’anno, la Festa del Cinema ci ha regalato tanto, fornendoci le pellicole e i macchinari professionali per le proiezioni: con un po’ di sforzo, insieme, si riesce a fare tanto. Ieri abbiamo avuto qui parecchi esponenti politici, speriamo che si acuisca la sensibilità sul carcere come luogo dove potersi riscattare.

Dopo questa “prima”?

Lo spettacolo lo rifaremo, ci inventeremo mille modi per far entrare la gente dentro a vederlo, poi stiamo preparando i sonetti di Shakespeare, nel 2017 - dopo dieci anni - riproporremo La Tempesta, credo che nel maggio prossimo faremo all’Argentina uno spettacolo tratto da José Saramago, perché c’è un gruppo di detenuti che può uscire e quindi li portiamo nei grandi teatri. Progetti ce ne sono tanti, si trova tutto sul sito internet www.enricomariasalerno.it.