Palermo e Spagna: “Carne mia” di Alajmo

Conoscere la Sicilia. Così simile al suo vulcano mai davvero silente, dove la lava lavora incustodita e prepotente le viscere della terra, proprio come fanno i sentimenti malmostosi dei suoi siciliani, cittadini vittime e carnefici allo stesso tempo della sua antica civiltà fatta di silenzi, omertà e duro lavoro.

Nella splendida cornice di Pescasseroli, nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, lo scrittore Roberto Alajmo ha ricevuto il “Premio Croce 2017” per il suo romanzo “Carne mia” (edizioni Sellerio), dove si parla di un “pasticciaccio brutto” in quel di Borgo Vecchio a Palermo. Ciò che più sorprende è il tipo di scrittura, breve, cruda e tenace. Le descrizioni delle azioni, dei pensieri dei personaggi e dei loro dialoghi sincopati e profondamente rarefatti conducono il lettore sempre e bruscamente al centro della scena narrata, sia che osservi la mano fratricida, legittimata dal via libera del padrino “e tu rompici le corna” (al fratello e alla di lui moglie), sia che si appresti alla tavola dei gusti ricchi ed elaborati dell’ottima cucina siciliana di mamma Mela. L’arma del delitto, un punteruolo, è anche la boa attorno alla quale circuita il fulcro del racconto. Ma, quello che potrebbe sembrare l’origine di tutti i mali, ovvero il duplice assassinio, in cui non c’è nulla da scoprire essendo tutto chiaro fin dall’inizio, dà origine nondimeno a un’avvincente saga familiare.

Un bimbo neonato, Calogero (Calò), che si chiama come il nonno scomparso di lupara bianca, è l’oggetto psicanalitico e il protagonista dell’intera narrazione, assieme allo zio Franco che, fin da subito prende il posto del fratello facendosi credere suo padre, e in tal senso alleva il nipote in tutto e per tutto come figlio suo. Il cuore mafioso locale del sistema è impersonato da un insospettabile macellaio, il Signor Pino, rispettato da tutti nel quartiere, che si avvale di un proprio cerimoniale per concedere udienze e dispensare consigli sotto forma di formule brevi, ma illuminanti per chi le riceve. All’inizio della storia, è proprio Franco, rimasto solo con la madre Mela a gestire un banco di frutta e verdura in Borgo, ben avviato dal padre, a chiedere timidamente lumi sulla scomparsa del titolare, ricevendo l’indicazione perentoria e paternalistica di rassegnarsi a non rivederlo mai più. Franco, che conosce le regole, non farà altre domande nel quartiere e, in compenso, gli affari che dopo la morte di Calogero senior sembravano condannati al fallimento riprendono forza e vigore, con il ritorno dei clienti di prima.

Benché il delitto efferato, attuato senza la minima esitazione, dopo aver scoperto che i genitori naturali di Calò, piccoli malavitosi, tossicodipendenti e spacciatori, avevano abusato del bimbo lasciandogli sulle braccia evidenti segni di percosse e maltrattamenti, lo abbia abilitato come potenziale “uomo d’onore”, Franco rinuncia al titolo imbarazzante di “picciotto” e parte lontano in Spagna con il piccolo Calò e Mela, per rifarsi una vita in incognito. Fino all’avverarsi dell’elemento di rottura (una sorta di “punto-sella” alla Renè Thom da cui parte la catastrofe), tutto sembra svolgersi in una cornice di assoluta normalità: il lavoro di Franco che gli dà sempre più soddisfazioni; la premura di Mela nell’allevare il nipote; il matrimonio di franco con una giovane ungherese; la nascita di un figlio Kevin; la scolarità di Calò con i problemi adolescenziali conseguenti, fino alla proposizione del “dubbio”, ovvero all’argomento che né Franco né Mela avevano osato mai accennare: chi era, quali sembianze aveva la prima moglie di Franco, madre di Calò? Sorretta da un castello di piccole bugie, la domanda inevasa di genitorialità aveva trovato per qualche tempo una sua collocazione limbica, sospesa in un vuoto che nessuno dei due, padre putativo e nonna, aveva la minima intenzione di rievocare nelle sue forme estremamente drammatiche.

Finché, un certo giorno, anche il signor Pino riceve la visita indesiderata di un sicario che lo giustizia sul suo trono delle udienze (un’umile sedia di legno) e da lì riemerge il punteruolo che squarcia il velo tremendo di una verità tanto a lungo nascosta. Il libro finisce come inizia, con Calò adolescente che tiene per mano il piccolo Kevin, torturato da un desiderio di contrappasso che farà di lui un criminale o un uomo sofferente ma, in fondo, “normale”. La scelta dell’autore sarà rivelata solo all’ultima riga del romanzo. Bello e urticante come una pianta carnivora.