Abitare, abitarsi. Dentro e al di fuori del “Sé” e dell’Io soggettivi e collettivi. Ma come si arredano le stanze interne dell’Anima? Prova a rispondere il bel film: “Dove non ho mai abitato”, distribuito dalla Lucky Red, per la regia di Paolo Franchi, con interpreti d’eccezione come Emmanuelle Devos (straordinaria), Fabrizio Gifuni (un cinico mistico con la barba) e Giulio Brogi.

Il genere è quello di un cinema in costume, rifratto però dentro gli schemi più moderni delle attuali società del benessere. Né sentimentale, né comedy, ma solo un luogo scenico e trionfo immateriale di paure e fragilità, di incessante rimessa in discussione di se stessi. Un torrente emozionale, in cui rumoreggiano e spumeggiano impetuosi una serie di stati d’animo. Confusi, per la maggior parte. La resa dei conti è con quello che si è perduto per strada, scegliendo il ramo di una biforcazione esistenziale piuttosto che un altro. Come, ad esempio, fa la protagonista accomodandosi in un tranquillo ménage familiare parigino con un finanziere francese di successo, ma sempre meno, molto meno arido dei suoi soldi incompassionevoli.

La Via Lattea, quella dell’illuminazione cosmica, è nei due “Grazie!” che Emmanuelle Devos (Francesca) rivolge a voce bassa al suo ancor man familiare nel loro letto matrimoniale, e quello rigato di lacrime silenziose, post mortem, rivolto a suo padre, un burbero Caronte che l’ha lasciata sola sulle rive della Senna, per riprendersela con una forza gigantesca sulla soglia del suo definitivo e ultimo redde rationem. Lettere d’amore, poi, già scritte o rimaste nella penna per eccessivo gelo emotivo e affettivo. Malgrado i protagonisti siano due architetti ambosessi, tuttavia non regge l’allegoria scontata tra parti piene e vuote. Perché, poi, in case anche lussuosamente arredate ci si rompe più facilmente il femore, come succede al grande architetto Manfredi De Marchi (Giulio Brogi), titolare dello studio e padre di Francesca. Il film descrive in modo straordinario, come nemmeno era riuscito a fare il mitico Luis Buñuel, la solitudine e l’impotenza di una borghesia occidentale inanimata, incapace perfino di rispondere alla chiamata dell’Eros.

Manca il Thanatos, perché quel tipo di catarsi qui non arriva mai dato che non c’e capacità di comprendere, di assumersi le proprie responsabilità da parte delle élite attuali. Un’opera simbolica e metaforica, in cui chi costruisce le case per gli altri, contemporaneamente demolisce la sua. Una prosa filmica di volti e non di corpi, perché laddove questi ultimi ci sono, l’amplesso è appena accennato, colto di sfuggita, con dissolvenze della faccenda sessuale al momento topico, senza nessun accenno di voyerismo. Non c’è un clima algido: semmai si respira l’aria di melodramma raffreddato, che si sostanzia nella questione filosofica di abitare posti che non sono propri internamente (soprattutto) ed esternamente, blindando in essi sentimenti ed emozioni. Lei e lui architetti per vocazione (la prima da vent’anni in disarmo), che si specchiano nelle reciproche solitudini, piene di buchi, bugie e di contraddizioni. Una coppia vera nata e negata, ma che si annusa e si riconosce tale. Uno guardo molto caldo e pieno di compassione verso la fragilità dei personaggi, utile a trasformarli in energia superiore. Il tutto con uno sguardo impersonale, che osserva senza giudizio né pregiudizio la paura e la fragilità, i due veri motori del film.