Dire “Ciao” al Quirino

Come iniziare un dialogo impossibile? Dicendo “Ciao!” a un padre scomparso a soli trentasette anni, nel pieno della gioventù e all’apice del successo professionale come pioniere della Rai. Tratto dal libro omonimo della collazione di ricordi, filmati e inserti sonori d’epoca, scritto da Walter Veltroni in memoria di suo padre Vittorio, venuto a mancare quando lui aveva solo un anno d’età, l’omonimo spettacolo, in scena fino al 22 ottobre al Teatro Quirino di Roma, vede alla regia Piero Maccarinelli che dirige due interpreti d’eccezione: Massimo Ghini (Walter) e Francesco Bonomo (Vittorio). La scenografia di Balò ha un impatto straordinario all’apertura del sipario: lo Spettatore è accolto da una sontuosa prospettiva brunelleschiana articolata su tre pareti immense di un bianco fiammeggiante, cariche di inflorescenze culturali: libri dappertutto fino all’altissimo soffitto, mentre al centro delle due cortine laterali si aprono ampie finestre da cui si rispecchia il meraviglioso spettacolo verde di Villa Borghese. Le finte aperture, poi, si trasformano in schermi cinematografici veri e propri, con didascalie e filmati d’epoca. Vittorio, infatti, era stato uno dei primissimi, compianti direttori Rai, con le sue trasmissioni di cronache in diretta di sport, costume e società.

Su due scrivanie dalla linea leggera e molto elegante siedono uno di fonte all’altro padre e figlio che, talvolta, si accomodano assieme in un divano bianco immacolato al centro della scena. Gli orfani precoci come Walter (e me, di madre) sanno bene che cosa voglia dire attraversare quel deserto di solitudine in cui nessuno potrà mai rispondere ai tuoi interrogativi del tipo: “Perché? Dove sei?”. Poiché il padre è la “Regola”, l’abbraccio forte e potente dopo la caduta; il monito e l’esortazione; il mito freudiano e l’esempio da seguire. È un Walter ben più anziano di suo padre a materializzare dinnanzi a sé un giovane uomo con cui avviare un dialogo impossibile, terapeutico, per provare a colmare la struggente nostalgia di un’assenza senza volto e parole, ricostruendo e catalogando in un grande archivio (materiale, mentale e spirituale) filmati televisivi risalenti alla Rai degli esordi, voci registrate, lettere, testimonianze degli amici e ritagli di giornale.

Richiamare costantemente alla memoria un mondo passato, fatto di cose buone e semplici, di gente devota e professionalmente preparata, che non si pesta i piedi, non asseconda l’invidia e opera come una falange spartana per offrire il migliore servizio pubblico televisivo possibile, rende meno feroce l’osservazione di un mondo rivoluzionato al contrario, così costruito sia da un sessantottismo imbibito delle sue false certezze, sia da tutte le componenti politiche che si sono succedute dal boom economico in poi. Per confrontare il disastro socio-economico, politico e morale in cui oggi siamo confinati, Walter interroga Vittorio sugli anni ruggenti della bell’Italia uscita dal dramma del conflitto mondiale e dalla sua guerra civile. Proprio il padre, che non ha nessuna remora a rivendicare di essere stato un giovane fascista e di aver creduto in Benito Mussolini fino alla disastrosa dichiarazione di guerra, perché “non esistevano alternative”: c’era solo il regime con la sua auto-narrazione.

E il teatro rende molto bene l’invenzione di Veltroni che nel suo libro-ologramma autobiografico stila un lungo elenco di cose che avrebbe voluto fare e ricevere da quel padre mai conosciuto. Da non perdere.

(*) Foto di Filippo Manzini

(**) Per info e biglietti: Teatro Quirino