Massimo Dapporto è “Un borghese piccolo piccolo”

Uno in tre. Un dramma e tre vittime: il figlio, la madre, l’assassino. Al Teatro Eliseo di Roma va in scena fino al 5 novembre “Un borghese piccolo piccolo” (dall’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami), con Massimo Dapporto. Lo spazio scenico fisso è tripartito in altrettanti ambienti interni, tanti quanti le vittime del dramma: una baracca in cui si consuma il rito sadico e satanico della vendetta; una cucina in disarmo con un frigo vuoto e malandato, un misero tavolo in formica e una sedia per il televisore portatile, segni di scarsa agiatezza e di uno stipendio magro da impiegato statale di terza categoria; la stanza angusta di un ministero, ingombra di carte ingiallite, accatastate e disperse senza alcun ordine logico tra pavimento e scrivania, sul cui piano di lavoro qualcuno (il capo ufficio) consuma in permanenza pizza al taglio, aspetto quest’ultimo che rappresenta in maniera impietosa un mondo e uno spazio fuori dal tempo attuale, come quello di una organizzazione burocratica ottocentesca, ammalorata e intrisa dei suoi riti borbonici, vessatori e oscuri nei loro significati per tutti i cittadini, vittime innocenti della sua inefficienza e arretratezza.

E qui, appare in tutta la sua mostruosità ordinaria il mondo a rovescio dei burocrati, quali soggetti attivi che si collocano per incapacità e carattere fuori della storia del contemporaneo, di cui sono i massimi odiatori e detrattori. La Costituzione, quella che è costretto a studiare, per prepararsi al concorso pubblico e succedere al padre nello stesso ufficio ministeriale, l’unico figlio del piccolo borghese, diplomatosi con mille difficoltà in ragioneria, è la pietra angolare dello sfondo in cui, in ossequio alla sua sacralità solo apparente, si consumano i delitti rappresentati. La regola superiore, fonte dei diritti e dei doveri di cittadinanza, infatti, è violentata, umiliata, stravolta e calpestata proprio da coloro, i burocrati, che dovrebbero rigorosamente rispettarla e farla rispettare, soprattutto per quanto riguarda la selezione imparziale dei loro adepti. Il dramma origina proprio dalla mentalità gretta e impotente di chi ha per orizzonte supremo esclusivamente il mito del posto fisso statale, per raggiungere il quale ogni compromesso e prevaricazione sono leciti. Così, il protagonista cosciente della mediocre intelligenza e preparazione del figlio, non arretrerà e, anzi, si consegnerà disarmato e senza alcun ragionamento critico, alle logiche interne del suo apparato, facendosi massone per garantirsi la cooptazione a-meritocratica del suo congiunto prediletto.

Ma l’occhio massonico non può prevedere il futuro, né impedire gli accadimenti voluti dal destino individuale. Così, il giovane aspirante burocrate, che aveva con enorme fatica memorizzato la soluzione del compito scritto fattagli pervenire sottobanco dal capo ufficio massone, il giorno stesso del concorso muore tra le braccia del padre, ucciso da un improvvido delinquente durante una rapina. Sua madre apprendendo la notizia dalla tv, è colta da un ictus che la paralizza, mentre il padre si appropria del corpo del colpevole, lo sequestra, tortura e uccide in un bagno di sangue lento e progressivo. Ma sarà proprio la rivelazione di quest’ultima sequenza da parte del marito a stroncare definitivamente la madre distrutta dal dolore. È lei a lasciare un Dapporto indementito, naufrago solitario, che ripete ossessivamente il mantra “è così, è così...” che deve passare la vita.

(*) Per informazioni e biglietti: Teatro Eliseo