“Malincomico” Ferdinando a teatro

L’autore di un pezzo ultramoderno di teatro, il napoletanissimo Annibale Ruccello, ha corso la sua breve stagione scrivendo un testo dirompente come “Ferdinando”, portato in scena al Piccolo dell’Eliseo fino al 5 novembre dalla regista Nadia Baldi per la produzione artistica di Teatro Segreto.

Recitato prevalentemente in un dialetto napoletano non troppo stretto, lo spettacolo si avvale della straordinaria interpretazione delle due protagoniste femminili del dramma farsesco: Gea Martire, nei panni di Donna Clotilde, baronessa decaduta e decadente del fu regno borbonico (siamo intorno al 1860), e della sua lontana parente dama di compagnia e domestica tuttofare, Chiara Baffi nel ruolo di Gesualda. Una tortura etica accompagnata dal piacere sottile di una lingua figurativa, penetrante, schietta all’inverosimile, densa di metafore esilaranti, in cui le verità urticanti e decorticanti sono abilmente attutite (pur amplificate nella sostanza!) all’interno di uno spesso strato superficiale di sottile ironia dialettale.

La scenografia è sontuosa e altamente efficace: un letto enorme giace sul piano frontale rigurgitante di cuscini e lenzuola fini di raso, giaciglio dell’isterica, anzianotta e libertina Clotilde, ai cui lati si aprono delle porte-tende attraverso le quali vanno e vengono i personaggi mobili di Don Catellino, Gesualda e Ferdinando, laddove i primi due, nel congedarsi dalla scena, si muovono come figurine ruotanti di un carillon piroettando lentamente verso l’uscita. Alle pareti della stanza pendono sul lato destro e su quello frontale lunghe lastre di rame decorato che, sulla testata del grande letto, si fanno specchio e finestra da cui si affacciano per gli interventi a sorpresa Gesualda e Ferdinando. Dal soffitto pendono diverse corde e campanelli, che le due attrici muovono in base alle necessità, utilizzandole come portavivande e bevande, mimando i gesti del bere e del gustare come marionette addestrate. Ma, lo scenario di Ruccello guarda a un mondo perverso e devastato, in cui l’ipocrisia di un regno borbonico disfatto e marcito dall’interno esplode come una supernova, comunicando il suo dramma interiore a migliaia di anni luce di distanza. Qualità distruttive dell’agire e del pensare umano che penetrano come funghi velenosi nel desco usuale del perbenismo, alterando l’immagine che le buone genti nobili e borghesi hanno di se stesse.

Così la Chiesa, nella figura del parroco del paese, Don Catellino (Fulvio Cauteruccio), principale istituzione millenaria che, con le sue false credenze nei diavoli, nell’inferno e altri mondi accessori di pena e di salvazione, ha reso schiave della superstizione e del bigottismo le popolazioni sottomesse alla sua regola religiosa, punendo con le fiamme e la tortura i disobbedienti, si ritrova invischiata, demolita e devastata dalle pratiche bisessuali del religioso. Costui che, sotto la tonaca, approfitta dei servigi del suo prestante sagrestano, seduce Gesualda e, poi, si innamora perdutamente del bel Ferdinando, nipote alla lontana di Clotilde e suo amante, che gode anche dei favori sessuali di Gesualda e Don Catellino. Tutto, ma proprio tutto di questa torbida vicenda del secolo romantico è messo a nudo perfino nelle azioni minute del rapporto sessuale, tramite descrizioni fulminanti e mimiche inconfondibili di coppie omo ed etero. Insomma, una storia alla Emma Dante prima della Dante stessa.

Decisamente imperdibile.

(*) Per info e biglietti: Teatro Eliseo