Il Male inganna. Nasce dall’individuo ma si nasconde abilmente, nelle sue mille mimesi, nella foresta inestricabile delle relazioni umane. E quello della “Ragazza nella nebbia” origina con un esile figura femminile (una quindicenne che scomparirà nel nulla) che esce dalla porta di una casa di montagna avvolta nella nebbia, e finisce con una mano potente che estrae da un nascondiglio segreto una scatola in cui sono allineate in un ordine non casuale sei ciocche di capelli rossi. Il Male più o meno assoluto, però, è ubiquitario: abita nelle menti dell’educatore, dell’investigatore, dell’ancor man (woman) e dello psichiatra. Il film “La ragazza nella nebbia”, da oggi nelle sale italiane ed europee, del regista Donato Carrisi (autore del romanzo thriller che porta lo stesso titolo), è magistralmente interpretato da Toni Servillo (l’ispettore Vogel), Alessio Boni (il professore) e Jean Reno (lo psichiatra). Ciò che appare, tutti i personaggi in scena, hanno la doppia natura del Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Perseguono e sono perseguitati.

Il suo focus converge sulla creazione mediatica dei mostri e delle investigazioni accessorie extra ordinem, in cui il risultato voluto dai suoi ideatori-esecutori è preordinato, preconfezionato in ossequio a un’economia dell’indotto mediatico in cui il sensazionalismo riempie le casse delle major televisive. I suoi prodotti artefatti si installano come un cuore velenoso in decine di milioni di case per essere gustato come un piatto caldo appena sfornato, al quale ogni giorno bisogna aggiungere nuovi ingredienti, sempre più eccitativi del voyeurismo malato che ci contraddistingue. Una griglia audiovisiva in cui tutto brucia ed evapora: affetti familiari, reputazione sociale e la salute dei protagonisti negativi, finti e veri. Nessuno gioca un ruolo chiaro, perché noi non siamo mai abitati da alcuna verità assoluta! Perfino chi è tutore della Regola manipola le prove della presunta colpevolezza pur di avere ragione. Perché la strada dell’Inferno è sempre lastricata di buone intenzioni! Fatti e misfatti e viceversa: manipolazioni che divengono prove per una sentenza di condanna in corte di assise! Un film che nasce (come testimonia il regista nella conferenza stampa) prima, come sceneggiatura e poi rielaborato in libro che ne è una conseguenza occasionale. Un regia che scrive in 3d con l’occhio della telecamera.

La psichiatria è uno specillo chirurgico che serve per rubare il male che è negli altri, quasi una maschera greca dietro la quale si celano ben altre mostruosità: il seme del Male è, in realtà, in ognuno di noi e troppo spesso attende solo di crescere, di essere nutrito dalle pulsioni più basse immerse nell’inconscio più profondo. Così, tutti gli interpreti del film hanno un loro Doppio oscuro, le cui ombre si allungano nel passato come nel presente. Doppi diari di giovinette, uno per la mamma e l’altro per il segreto, le passioni nascoste e proibite. Come sentire il sorriso argentino di un bambino nel cuore della notte quando si è soli in casa e senza figli. Trote arcobaleno che si tramutano in sirenette dai capelli rossi e dai volti lentigginosi, nude ed eteree con la loro pelle di porcellana: belle da uccidere e imbalsamare. Mogli e figlie che cercano disperatamente di allontanare da sé l’idea del padre-mostro, ma la tempesta non ha riguardo per le imposte e il torrente di fango si riversa impetuoso e inarrestabile nelle case più rispettate, sommergendole nel discredito e nello scandalo.