L’umanità si misura in centimetri? Nella cosiddetta “condrodistrofia”, ovvero di un tipo di nanismo che subentra nell’infanzia per un errore di codifica dei geni, i pregiudizi giocano a sfavore della piccola statura: “Nano/a” diviene così, agli occhi del mondo profano, un sinonimo di mostruosità. Andare molto oltre le apparenze entrando nell’intimo dell’intelligenza e dei sentimenti dei più sfortunati, significa saper valicare la deformità per scoprire oasi felici di normalità e tenerezza. Operazione che riesce magistralmente a Thomas Hettche, con il suo romanzo “L’Isola dei Pavoni” (Bompiani 2017). A inizio Ottocento, due bambini condrodistrofici, Marie e Christian, fratello e sorella, per decisione del re nonché per il capriccio e il piacere della corte prussiana dell’epoca, vengono trasportati nell’Isola dei Pavoni di Potsdam, un luogo artificiale di bellezza, in cui cioè la natura viene simulata nella sua molteplicità, ma confondendone i piani: accanto alle serre artificiali per volere sovrano si innestano animali esotici che avranno vita breve in un ambiente per loro sconosciuto e ostile.

La protagonista, insignita ironicamente del titolo di “Castellana”, è realmente vissuta e morta nell’isola. Così Marie per noi è una persona che non disdegna l’incesto ma si innamora perdutamente del bel Gustav, figlio del giardiniere (che le darà un maschio sano, disconoscendolo e sottraendolo alla madre in tenera età), il cui padre farà da tutor ai due fratelli nella sua qualità di amministratore unico delle risorse dell’isola e dei suoi abitanti. La vicenda umanissima è analizzata compiutamente dall’autore, che coglie Marie negli aspetti del suo rapporto con il proprio corpo e con quello degli altri, colpevoli secondo lei di non rendersi conto della sua bellezza interiore. Di lei si analizzano a fondo le relazioni con la natura e gli animali, collocando la sua Storia nei primi ottanta anni del XIX secolo. La lettura ci farà scoprire, però, come la vera isola sia nella mente di questa fanciulla, che incontra personaggi storici realmente esistiti: il tessuto narrativo metterà assieme gli elementi naturali come acqua, fuoco, e terra affinché si sposino con la leggenda cavernale dei nani. Quando Marie scivola e viene raccolta nell’acqua da Gustav, costui non si accorge della sua deformità ma ne sperimenta soltanto il piacevole contatto della pelle, scoprendo così l’Eros di una donna che vuole essere riconosciuta come tale.

L’Isola dei pavoni - versione primordiale di quello che è oggi lo zoo di Berlino - è un racconto sfinente di dettagli e di nomenclature scientifiche, una sorta di nuova “Encyclopédie” alla francese, da cui si evince una lunga ricerca temporale per la consultazione di archivi tematici che trattano della fauna e flora che hanno effettivamente trovato ospitalità sull’isola. Ed è anche una storia dettagliata dei mastri giardinieri isolani le cui creazioni sono costate non poche fortune alle casse imperiali. La pagina del testo viene costruita partendo dal sangue che pulsa nelle vene di un essere che si vuole meraviglioso, ma che si sa al contempo mostruoso. La vecchiaia di Marie, la sua fine pirotecnica e quella tragica di suo fratello sono di un lirismo quasi esasperante, come il racconto del suo amore terreno e della sua infinita passione per la letteratura classica e moderna, il tutto tenuto assieme dalla vacuità di una nobiltà prussiana obsolescente e storicamente inconsistente.