Il film “L’Insulto” del regista Ziad Doueiri è un gioco raffinato e complicato di simmetrie, una sorta di geometriche intersezioni della Storia degli eventi, in cui  la loro sequenza spazio-temporale ha la forma di un laccio. In particolare, al punto zero del nodo il rapporto di partenza vittima/carnefice, così come quello dei fattori e dei percorsi della sofferenza, si invertono letteralmente al termine del percorso chiuso. Il tema di fondo è il massacro, l’eccidio, lo stupro etnico-religioso, sullo stile della Bosnia e di Boko Aram. Simmetrie, ma anche fortissime antisimmetrie. Due avvocati, padre e figlia. Due generazioni molto diverse tra di loro, forse inconciliabili, che si confrontano spietatamente in Corte d’Appello. L’uno, l’anziano, coinvolto in prima persona come appartenente alla comunità cristiana nella guerra civile libanese della seconda metà degli anni Settanta e durata quindici, interminabili anni. L’altra, moderna paladina dei diritti delle minoranze perseguitate e dilaniate dalla diaspora, come i palestinesi, che i libanesi odiano perché ritenuti i responsabili di tutti i loro guai e della distruzione letterale del Paese dei Cedri.

Il caso di specie è rappresentato da una lite tra due privati cittadini a proposito di un tubo di scarico d’acqua piovana, che dal terrazzo dell’abitazione di Toni, un provetto meccanico cristiano nazionalista, cade direttamente sul sottostante marciapiede, a tutto danno degli ignari passanti, come l’ingegnere palestinese Yasser, residente nel campo profughi e costretto a lavorare in nero come capocantiere, in quanto la sua laurea non è riconosciuta in Libano. Yasser, che si occupa della messa a norma degli stabili del quartiere, sistema la conduttura senza l’autorizzazione di Toni che, con un gesto d’ira irrazionale distrugge il nuovo manufatto, e il tecnico lo insulta dicendogli: “sei un cane!”. Yasser, per orgoglio politico, non intende però scusarsi e la situazione precipita quando il meccanico gli grida che Sharon avrebbe dovuto completare il suo lavoro di sterminio, ricevendo per reazione un pugno violento che gli causa la rottura di due costole. Toni denuncia così il rivale per lesioni gravi, tanto più che sua moglie partorisce una bimba prematura nel tentativo di soccorrerlo dopo che era stato colto da un serio malore in officina, in conseguenza del trauma subito.

Già in primo grado, però, la giustizia manda assolto Yasser, perché il giudice unico intuisce quello che nessuno dei due contendenti vuole confessare, a proposito dell’offesa più grave che riguarda le stragi di palestinesi. L’ingegnere, infatti ritiene che la questione tra lui e Toni debba rimanere strettamente privata e, magari risolta in base al detto biblico “occhio-per-occhio; dente-per-dente”,  come poi effettivamente avverrà.  Nell’aula dell’appello e nel Paese intero si scatenano le fazioni irriducibili dei nazionalisti libanesi contrapposti alla comunità ospite palestinese, pronte a far salire la temperatura fino all’irreparabile: quello di una nuova guerra civile libanese per liberarsi dei campi profughi. Anche se ancora una volta l’offeso non vede riconosciuta la sua pretesa risarcitoria, una sentenza esemplare disinnescherà le tensioni all’esterno tracciando, al contempo, un solco fertile per la semina dei germi della riconciliazione nazionale, grazie all’umanità vera e ritrovata dei due protagonisti.

(*) Il trailer ufficiale del film