Ancora e sempre Vincent

Van Gogh, o la Valchiria della follia. Spettacolo in scena al Teatro Eliseo fino al 4 marzo. Stavolta prova a raccontare il genio, recluso in una casa di cura per malattie mentali, un ispiratissimo e magistralmente bravo Alessandro Preziosi, sostenuto da una compagnia davvero fantastica, perfettamente  nei ruoli per la rappresentazione del dramma. Analogamente per la scenografia, immersa in una luce abbagliante e schiacciata sul tono monocorde di un bianco immacolato, piatto come un non pensiero. Un marmo di Carrara su cui la follia geniale di Van Gogh scolpisce le sue Pietà e i suoi David, che sfidano i giganti neri con mani che impugnano le forbici come fionde. Un piano inclinato per la rappresentazione; le pareti sghembe su cui volano bassorilievi di corvi e si profilano le linee potenti, mulinellanti come gorghi di lago delle pennellate di Vincent. Poi, visioni profonde dal volume finto di un ologramma per rappresentare ciò che non ha spessore, ma è riempito da un volto e dai suoi pensieri: quello del fratello Theo, barca sicura sul lago di Geremiade in tempesta che attende il suo Signore delle acque. Il registro. Il registro: la pietas e la liberazione. La Shindler’s list delle ombre scomparse. Nella sua testa si precipita il ciclone tropicale di un mondo di colori che viene dalle barche, dal mare, dai volti rugosi dei pescatori e che ha fretta, tanta fretta e irrequietudine di essere rappresentato dalla mano di Van Gogh, come un banco di avannotti alla ricerca suicida della loro balena.

La Luce, oh quanta Luce. Quella dei paesaggi ricolmi di grano, forte e nutriente come la vita; quella che va imprigionata sulla tela nel furore sfolgorante dei gialli e dei verdi. Poi, quei voli neri di corvi: per molti solo un cattivo presagio ma per lui, l’Artista, è l’articolo, il pronome stesso della parola e dell’essere in Libertà. Tutto e nulla è visione. La sagoma dipinta al carboncino rubato che condanna alla censura della Storia lo scellerato cerusico caporeparto, che fa della malattia mentale una progenie da torturare nel più intimo delle sue cellule, con il collo appena fuori della vasca: lì a marcire per ore. A udire l’inudibile con il tempo che passa. Le grida degli animali, scimmie in gabbia dalla voce umana. Le mani amputate dalla regola: vietato dipingere. La Mente umiliata dalla carestia della scrittura: vietato leggere. La corruzione laddove nulla è consentito che consente di sopravvivere alla reclusione a vita grazie alla leva dell’interesse venale, per una guarigione che i guaritori giurano non arriverà mai. La folla urlante che scaccia l’Arte stessa dai suoi borghi, perché colui che ne porta il seme è un diverso, un pericoloso inconoscibile uomo.

Poi ecco colui che veste come il grande Maestro viennese ma vien dal mare. Lui che vuole solcare l’oceano di pensieri in sussulto perenne che scuote le notti e i giorni di Vincent. Herr Director che intende andare alla pesca miracolosa del genio, perché come Valery sa che i capolavori della scrittura e dell’arte nascono dalle loro cancellature. L’errore, la disperazione come metodo della scoperta di se e del mondo. Come fa Giacometti nel suo infinibile “Final Portrait”. Non c’è pace tra i colori ma solo un’enorme, inconcepibile energia radiante. Vincent è essere allo stato gassoso: riempie tutto all’intorno di se stesso, del suo tormento, vittima e carnefice dell’aggressione di quel reale che vuole a tutti i costi possedere come un semidio dell’Olimpo!

(*) Per informazioni, prenotazioni e biglietti: Teatro Eliseo