Era così buono e amava gli animali. I cani. Tanto nel bellissimo Dogman di Matteo Garrone, premiato a Cannes, quanto nell’ancora più bello - con dieci minuti splatter a prova di forti stomaci verso la fine - Rabbia furiosa di Sergio Stivaletti, la figura del famigerato “canaro” della Magliana, al secolo Pietro De Negri, viene non solo rivalutata, ma quasi santificata. Sembrerebbe essere in corso un vero e proprio processo di beatificazione cinematografica. Anche se la qualità dei due film in questione surclassa questo tipo di osservazioni polemiche.

La storia infatti si presta. E a poco più di trenta anni da quel tragico 19 febbraio 1988, giorno del ritrovamento in pezzi del pugile Giancarlo Ricci in una delle tante sterrate abbandonate, precisamente la discarica di via Belluzzo nel Portuense, non lontano da quella borgata diventata tristemente famosa, la Magliana, era inevitabile che uscissero libri e pellicole. Il problema forse è nel giustificazionismo implicito ed esplicito di quel gesto che supera persino l’orrore del film Cane di paglia con il giovanissimo Dustin Hoffman diretto da Sam Peckinpah. Cioè la vendetta dell’uomo mite che subisce, subisce e poi esplode.

Beh, sicuramente De Negri, in quel contesto degradato di via della Magliana 253, indirizzo del suo negozio di toilette per cani diventato teatro di una violenza indicibile, poteva passare per tale. Pur facendo come tutti nella zona lo spacciatore di cocaina come secondo lavoro. E pur frequentando bische nel tempo libero e partecipando a pestaggi e rapine.

Tuttavia entrambi i film si accaniscono fin troppo - fatta salva l’esigenza di copione - sulla figura negativa dell’ex pugile Giancarlo Ricci, dipinto come violento, prepotente e infame a tutto tondo senza alcuna sfumatura di umanità. In particolare laddove il film di Garrone presenta la vicenda quasi in una sorta di delirio onirico, l’iperrealismo di Stivaletti si spinge a immaginare il “canaro” come uomo sensibile soprattutto alle sofferenze dei cani con cui sogna di ritrovarsi in paradiso e di cui officia le sepolture, dopo le morti nei combattimenti clandestini, che raggiungono punte commoventi di lirismo. Per l’altro, il massacrato per vendetta, resta in eterno questo giudizio negativo - senz’altro meritato visto che in fondo trattavasi di un pusher di cocaina violento e di un rapinatore seriale - che non si ferma neanche a trenta anni dalla morte. E che giustamente suggerisce alla povera madre un gesto estremo come chiedere il sequestro della pellicola di Garrone a Cannes. Film che invece ha ricevuto anche il premio per il miglior attore protagonista per il quasi esordiente Tommaso Fonte.

Ma mettiamoci nei panni della madre di un “coatto” ucciso in quella maniera a 25 anni: non le è rimasto nulla del figlio, neanche l’oblio di quel che è stato e di come è morto. Magari avrà pensato che la santificazione mediatica del suo assassino e della sua vendetta era un po’ troppo.