Teatro di Roma, stagione da non perdere

Una stagione “travolgente”! Così promettere di essere quella 2018-19 presentata ieri al Teatro Argentina di Roma dal suo direttore Antonio Calbi. Un cartellone talmente ricco da rendere impossibile, improba e ingiusta l’arte doverosa della sintesi e dell’esclusione dalla citazione di molti degli spettacoli in programma. Suddivisa in “Percorsi” la cavalcata delle Valchirie “argentina” semina continuità e interesse abbracciando una molteplicità di spazi teatrali che, come l’addome dell’aracnide, producono un filo sottile e fortissimo che partendo dal cuore di Roma arriva alle sue periferie per costruire una ragnatela adatta a sostenere la proiezione esterna del Teatro India, in cui una produzione giovane, avventurosa e coraggiosa sperimenterà tutti i territori socio-culturali che quegli spazi industriali dismessi di fine Ottocento concedono a chi sa vedere oltre, facendo del teatro (come sostiene Calbi) una “agorà civile e culturale dove il Difuori irrompe ogni giorno”. Uno spazio pubblico plurale intessuto su ben sette sale gestite che, nella scorsa stagione, hanno consentito ben 2000 alzate di sipario. “Questo sistema deve davvero poter dialogare sviluppando una sua dialettica privilegiata”.

Come testimonia la biglietteria, la scorsa stagione ha davvero funzionato molto bene richiamando a teatro, senza troppi clamori e spese pubblicitarie, ma soltanto con il passaparola, moltissimi spettatori di tutte le fasce d’età, dimostrando quindi che: “il bisogno di teatro è vivo nella società civile”. Massimo Popolizio sarà un pilastro della regia che fa capo alla componente autoprodotta dell’Argentina, come accadrà con il suo “Nemico del Popolo” (percorso “Classici mai così moderni”) dove il suo mattatore si chiede come mai se “nel mondo la maggioranza è fatta da stupidi noi dobbiamo sottostare alle loro decisioni?”. E poiché “India” è un nome femminile, il suo grande ventre accogliente ospiterà un mix di linguaggi e discipline diverse, in cui i due quartieri di Marconi e Ostiense svolgeranno la funzione di attrattore universale per far confluire in uno spazio recuperato tanti artisti di altre discipline, la cui presenza consentirà di costruire un vero e proprio spazio vivente. Si tratta di gettare delle fondamenta in un progetto a rilascio lento, proprio di un luogo da abitare e da valorizzare rimettendo le cose a posto, sia spazialmente che nei suoi contenuti culturali.

In “Quasi niente” il duo Deflorian/Tagliarini riprende in chiave contemporanea il discorso di Michelangelo Antonioni in “Deserto Rosso”, in cui la modernità incontra e si scontra con i propri esiti disastrosi: “in quale modo stiamo oggi impazzendo? Dalla denuncia di un estremo vuoto di allora siamo passati a quello dell’estremo pieno di oggi”, in cui cioè mancano del tutto i tempi morti, utili all’ozio e alla riflessione. Tra le coproduzioni, Giancarlo Sepe ha accennato molto brevemente al suo “Barry Lyndon” in cui si entra nel personaggio con un accurato formalismo di immagini e di intenzioni andando oltre la magistrale riduzione cinematografica di Kubrick, che ha preferito utilizzare la terza persona (colui che, quindi, “non si può giustificare”), piuttosto che la prima del romanzo omonimo. In “When the rain stops falling” si narra di una famiglia a spasso nel tempo in cui si coniugano e si intrecciano tra di loro due diversi modelli di evento disastroso: quello meteorologico da un lato e quello ereditario dall’altro, laddove si misconosce l’origine delle proprie radici genitoriali. Non mancherà anche per il prossimo anno il contributo originale di Emma Dante con la sua “Scortecata”. Poi, tantissimi classici e nuove proposte, in una straordinaria sequenza che non si presta a essere ricondotta alla sua asettica elencazione.