Interviste immaginarie: Intervista

Oggi, invece d’intervistare, sono stato intervistato: dall’Intervista, la parola Intervista. Anche le parole parlano, se la Parola è Dio, come dice Giovanni nel Vangelo: “C’era, ab aeterno, solo la Parola, la Parola era Dio, tutte le cose sono nate perciò dalla Parola”. “Parola, o cosa mistica e profonda”, esclamava Gabriele D’Annunzio: “Io vi trassi con mano casta e robusta dal gorgo della prima origine, vi disposi nei modi dell’arte così che la vita vostra rivelò le segrete radici, le innùmere fibre che legano tutta la stirpe alla Natura sonora”. Ero mezzo sdraiato, come al solito, sulla poltrona reclinabile del mio studio, sempre nella speranza, vana, di scacciare i pensieri che spuntano improvvisi spontanei e inesorabili nella mia mente ancora lucida e feconda. Per dirla con Giosuè Carducci, “or freddo, assiduo, del pensiero il tarlo mi trafora il cervello, ond’io dolente misere cose scrivo e tristi parlo”. Ebbene, m’ero appena addormentato quando improvvisamente, come Virgilio con Farinata a Dante (che mi s’infila sempre dappertutto), una voce è risuonata dentro di me gridando: “Svegliati! Che fai? Vedi là l’Intervista che s’è dritta: dalle origini sue la sentirai”.

“Salve!”, ha esordito l’intervistatrice. “Seguo le sue interviste immaginarie fin dal 1950, quando ideò per i programmi culturali della Rai, “La Radio per le scuole” – La parola alla Parola! – nella quale per primo e ancora unico nel mondo, ha dato voce alle parole stesse, facendone delle protagoniste che raccontavano le loro origini, le loro trasformazioni lungo il corso dei secoli, tutta la loro storia. Ebbene, fra le centinaia di parole lei si è dimenticato di me, perciò vorrei che mi ascoltasse”.

“Volentieri, e le chiedo scusa per non averla mai intervistata, tanto più perché lei è una parola speciale e persino illustri linguisti hanno ignorato e addirittura travisato la sua storia”.

“Sulla mia etimologia, sulla mia origine e sul mio significato c’è una mole di interpretazioni, di definizioni e una confusione enorme. Tutti mi attribuiscono al giornalismo, sostenendo che si tratta di una serie di domande che i giornalisti rivolgono a personaggi noti, e persino linguisti famosi come Tullio De Mauro hanno scritto che io traggo origine dall’inglese interview, che a sua volta proviene dal francese entrevue, derivato da s’entrevoir, “vedersi o incontrarsi brevemente”. Perché questa mania secolare d’introdurre nella bella lingua italiana forestierismi, francesismi, anglicismi e persino cinesismi? Perché dire e scrivere gossip invece di pettegolezzo, selfie invece di autoscatto, austerity invece di austerità, celebrities invece di celebrità, red carpet invece di tappeto rosso e così via? Ora col Coronavirus è entrata pure l’americana lockdown, che significa isolamento, chiusura, confinamento. Cos’è uno sfoggio di cultura? Persino nelle parole crociate, nei cruciverba, s’infilano parole straniere e se uno non le conosce invece di uno svago la “Settimana enigmistica” diventa uno strazio. I cruciverba di Giuliano Di Muro e Alessandro Bartezzaghi sono lo sfoggio di una cultura d’accatto che chiunque può andare a prendere da Internet o dalle enciclopedie”.

“Io questa abitudine, dovrei dire questa intrusione di parole straniere che sporcano la nostra bella lingua, la denunciai già negli anni Cinquanta in una rubrica radiofonica intitolata Parole alla sbarra, un processo con tanto di accusa e di difesa e con un verdetto finale, raramente di assoluzione, come nel caso di “okay”, che è diventata una parola internazionale”.

“Ebbene io, quale Intervista sono entrata nella lingua italiana nell’Ottocento, dopo l’Unità, nell’ambito del giornalismo quotidiano e letterario, insieme all’elzeviro, alla terza pagina, al trafiletto e al verbo cestinare (nel senso di gettare nel cestino un articolo di giornale che non piace al Direttore o ai redattori). Ma le mie vere origini risalgono al tempo dell’antica Roma, e io sono una parola composta da inter e viso, una preposizione e un verbo, che significano rispettivamente fra e guardare, osservare, contemplare, e che è diverso da video, che significa vedere ma in superficie, esternamente, mentre io sono preceduta da inter, che si riallaccia a intra, che significa dentro, dunque l’intervista è un entrare nella mente e nell’animo di una persona per strapparle, diciamo così, il pensiero, notizie, giudizi, o anche la storia della sua vita, facendole delle domande. Quindi non si tratta solo di un fatto giornalistico. Le prime interviste in questo senso erano dei dialoghi fra due o più persone, spesso immaginarie, quando ad esempio un filosofo per illustrare meglio e in modo più gradevole il suo pensiero, si serviva di un interlocutore, immaginario o reale. Come facevano, per esempio, Seneca e Cicerone”.

“Lo dice a me che ho tradotto e pubblicato numerose opere di autori greci e latini fra cui non sono mancati Seneca e Cicerone. Cicerone non era solo un oratore: lo strumento di cui egli si serviva per diffondere la filosofia era per l’appunto il dialogo. Data la sua lunga esperienza forense, egli riteneva che il metodo migliore di studio fosse quello di esporre argomentazioni contrapposte, come in un tribunale ognuna delle parti in causa esprime il proprio punto di vista”.

“Agli Italiani non basta la loro lingua, e per questo, succubi per tanti secoli di occupazioni straniere, l’allungano, accumulando, persino nei loro vocabolari, parole straniere, servi e colonizzati anche in questo campo. Hanno la lingua lunga pure nel senso che parlano troppo, anche di cose e fatti che andrebbero tenuti nascosti. Oltretutto, come dice un vostro proverbio, chi ha la lingua lunga non è credibile”.

“In Italia quella della lingua è una storia antica. Varie e discordi sono state le “questioni” sorte su di essa, a partire da Dante che nel De vulgari eloquentia si augurava che il volgare, coi suoi diversi dialetti, potesse assurgere al rango di una lingua comune, “illustre”, “cardinale”, “aulica” e “curiale”, cioè propria di una comunità politicamente divisa ma culturalmente unita. Nel corso dei secoli molti hanno protestato contro le “penne sciaguratissime che propagano e consacrano tutto il dì l’ignominia del nostro idioma”. Napoleone stesso nel 1809 emanò un decreto “per la conservazione della lingua” e il ministro dell’Interno del Regno italico intervenne contro l’uso dei barbarismi burocratici. Nel 1877 il noto filologo Pietro Fanfani nel suo Lessico dell’infima e corrotta italianità, dopo avere sottolineato che “la mancanza dei superiori” determinava “il graduato corrompimento di nostra lingua, operato dai ciarlatani del nostro secolo”, scriveva “non poche volte gli stranieri hanno mosso accusa agli Italiani, o che non sanno la propria lingua, o che essa è poverissima, o che, infine, non hanno vocabolari ben fatti, perché nei loro scritti, come nel parlare, usano voci e maniere di dire, o che non sono registrate nei vocabolari, o, se sono, hanno altro senso”. In Italia ognuno parla e scrive come gli pare. E non solo “per mancanza dei superiori”, ma anche perché nel nostro Paese la lingua, come tutte le leggi e tutti i discorsi dei politici, si presta a diverse interpretazioni e a diverse trascrizioni. Per fare un esempio, quasi tutti, professori compresi, parlando degli appartenenti al movimento letterario del Romanticismo li definiscono romantici, quando il termine esatto è romanticisti: “romantico” è termine generico riferibile a persona di qualunque epoca che abbia quei caratteri propri del Romanticismo, ma è improprio se riferito al movimento letterario. D’altra parte, non diciamo verista? Non diciamo illuminista? Non diciamo positivista? Ma diciamo, anche qui sbagliando, “decadente”, quando dovremmo dire decadentista”.

“E poi perché tutti i movimenti, politici, letterari, artistici e persino religiosi li scrivete con l’iniziale minuscola, come rinascimento, romanticismo e cristianesimo? Io credo di avere capito il perché. Alla fine della guerra la prima pena inferta al Fascismo fu quella di scriverlo, per disprezzo, con l’iniziale minuscola, e da lì derivò l’usanza di scrivere tutti i movimenti con l’iniziale minuscola, così pur di demolire il Fascismo, si umiliarono tutti i movimenti”.

“L’ex presidente della Camera, Laura Boldrini, riferendosi alle cosiddette “quote rosa”, cioè le donne a cui dovrebbe essere riservato un numero di parlamentari pari a quello degli uomini, ha detto che quello di usare il genere maschile anche per le donne è un “linguaggio sessista”, e ha proposto per la donna presidenta invece di presidente (quando esiste presidentessa), sindaca invece di sindachessa. Come dire professora invece di professoressa, studenta invece di studentessa, amanta invece di amante, e così via”.

“In un programma della 7 c’è stato un dibattito anche sui migranti, in cui una nota linguista, lamentando l’uso improprio che gl’Italiani fanno spesso delle parole, si è soffermata sui “migranti”, che Matteo Salvini e la destra – dicono gli avversari – guardano con disprezzo. Ebbene, la nota linguista avrebbe dovuto sapere e spiegare che migranti (dal verbo latino migro) sono coloro che si spostano da un luogo all’altro anche all’interno del proprio Paese”.

“Esatto. Io, per esempio, sino all’età di vent’anni, in Italia sono stato un migrante, nel senso che, essendo mio padre ufficiale di carriera e soggetto a continui trasferimenti, ogni anno cambiavo città. È dunque inesatto usare la parola “migranti” per indicare coloro che dalla propria terra natia si trasferiscono in una terra straniera: si deve dire “emigranti” (da ex, fuori, e migro, mi sposto), cioè che escono dalla loro terra natia per recarsi in un’altra, dove, una volta che vi abbiano messo piede, diventano “emigrati”, e una volta che vi si siano insediati diventano “immigrati” (anche se non si inseriscono come dovrebbero adeguandosi alle leggi e alle usanze del nuovo Paese). Stiamo attenti, dunque, a come parliamo. E controlliamo i nostri atteggiamenti: Luigi Barzini diceva che gli Italiani quando parlano litigano. Lo vediamo anche nei dibattiti televisivi, in cui spesso quelli che dovrebbero essere dei moderatori sono dei provocatori, che tolgono continuamente la parola ai loro avversari politici. Le donne sono ancora più aggressive “aspetti, aspetti, si fermi, stia zitto, non è così, lei deve rispondere alle mie domande, io qui sono a casa mia”, e cose di questo genere. Romano Prodi ad alcuni giornalisti di destra che volevano intervistarlo, sorridendo e con evidente disprezzo, disse “ma voi che cosa siete?”. Ebbene in quel che cosa c’era dentro di tutto: brutti, sporchi e cattivi, rozzi, incivili, ignoranti. Lucia Annunziata definì “impresentabili” non solo i politici di destra ma la maggioranza degli Italiani, che sono appunto di destra, e anche in quella parola c’era dentro di tutto. Rosy Bindi addirittura, sempre a giornalisti di un quotidiano di destra, tagliando corto, rispose: “Io con voi non ci parlo!”. Questi sono, in genere, gli Italiani, i quali volgono tutto in politica, anche quando parlano d’arte (come osservava Stendhal) e di sport. Quando la destra vinse le elezioni politiche nel 1994, Guido Piovene, uno dei tanti voltagabbana, esclamò: Porca Italia! Sono di gran lunga più numerosi gl’insulti della Sinistra contro la Destra che quelli della Destra contro la Sinistra. Come del resto accadde nel Primo dopoguerra, quando ad accendere la miccia della lotta civile e della discordia fra gli Italiani furono i sovversivi, cioè i comunisti e i socialisti, che insultavano e uccidevano i reduci e volevano consegnare l’Italia alla Russia: farém come la Russia, farém come Lenìn, andavano gridando per le strade, prendendo a randellate chi non salutava col pugno chiuso le bandiere rosse che sventolavano nei loro cortei”.

In Italia, che sempre più s’impingua

di vocaboli esotici o stranieri,

ci vorrebbe una legge sulla lingua,

troppi sono i difetti, siamo seri!

 

Non c’è un’autorità che si preoccupi

di farla rispettare. E in realtà

la lingua è come un simbolo che occupi

il primo posto nell’identità

di una nazione.

 

Tolstoj diceva:

“S’io fossi re farei fare una legge

che con la frusta punisse coloro

che usano parole non corrette”.

“La lingua è la bandiera della Patria!”,

proclamava Gioberti. E tuttavia

noi la sporchiamo quotidianamente.

 

Pietro Fanfani, famoso filologo

dell’Ottocento, vista “la mancanza

de’ superiori” nella nostra lingua,

disapprovava il suo “corrompimento”.

“Basta dare un’occhiata ad un giornale”,

così scriveva, “per vederlo pieno

di voci errate, improprie, barbarismi,

o di voci straniere scusse scusse”.

 

Pur nella lingua noi siamo allo sbando.

Fra gli scrittori, per fare un esempio,

Tabucchi scrive frasi come queste:

“A lei le piaccio”, “a me mi basta un’ora”,

“di questo io ne son sicuro”,

“quello ch’io sto essendo pure senza esserlo”.

 

Con l’avvento al potere della Destra

qualcosa si tentò costituendo

un “Comitato per la salvaguardia

della lingua italiana” (la parola

“salvaguardia” a proporla fui io stesso,

dopo che alcuni s’erano indignati

delle parole “difesa” e “tutela”).

 

Ma poi, caduto quel governo, cadde

anche quel Comitato inquantoché

la Destra, addirittura, aveva osato

mettere il naso pure nella lingua.

Per la nostra Accademia della Crusca

non è un errore dire: “Esci quel cane!”

invece di: “Portalo fuori!”. Brusca

è la notizia.

Cosa ci rimane della lingua se sempre

più si offusca e ci confonde?

Invece del buon pane

l’Accademia ci dà solo la crusca.

Ma che bella trovata!

 

Le campane suonino a stormo.

Pure lei c’inganna:

vende la crusca per farina pura,

latte acido invece della panna.

È così che difende la cultura?

 

(da Mario Scaffidi Abbate, “Nave senza nocchiere in gran tempesta”, Herald Editore)